Numero Due: Black

La sfilata e il nero

La sfilata e il nero

Il nero sfila con aria sicura. Entra per primo, occupa il centro, sceglie la sedia migliore. Tu arrivi dopo, con la tua giornata addosso: messaggi, liste di cose da fare, un caffè bevuto in fretta. Lui è già lì. Ti guarda come un vecchio conoscente e, in qualche modo, ha ragione. Perché il nero ti conosce da sempre.

C’è il nero elegante del vestito stirato per le riunioni importanti, quello delle foto in cui vuoi apparire e mantenere il controllo. E poi c’è l’altro nero, quello che tiene le chiavi del seminterrato, il luogo in cui lasci tutto ciò che disturba, che appare eccessivo, troppo sensibile, arrabbiato, troppo vivo.

Io passo molto tempo in quel seminterrato, in quella casa stregata che ho imparato a conoscere: ne ho fatto persino un residenziale. E la porta d’ingresso, di un ovvio colore nero, si apre ogni volta che voglio capire. Voglio capire certe dinamiche, voglio chiarezza, desidero relazioni più felici, ho bisogno di più pace.

Le frasi hanno un ben suono, e il nero sorride. Sa che dietro quelle parole si nasconde qualcosa di più profondo: identità scricchiolanti, adultità che vuole manifestarsi, protezione che chiede una forma diversa. Tutto ciò che fa crepitare la vita, il nero lo ama. S’infila dove l’immagine di te inizia a slittare, là dove ti accorgi che la storia che racconti su chi sei regge sempre meno.

Hai un lavoro, una casa, forse una famiglia e forse un cane che ti aspetta. Eppure di notte qualcosa ti chiama per nome. Una voce che chiede: «Ti basti davvero così?».

Il nero sente quella voce prima di te. E compare.

Arriva nei momenti più strani. Nel corridoio del supermercato, davanti agli scaffali dei detersivi, alla fermata dell’autobus mentre guardi il riflesso sul vetro. O in cucina, con le mani ancora sporche di farina, quando ti rendi conto che certi copioni si ripetono uguali da anni: cambiano solo i nomi propri.

Il mio presidio qui è come un viaggio tra il mondo materiale, le bollette, le call, gli orari, e quell’altro che abita dietro le palpebre chiuse, nei sogni, nelle immagini che si affacciano mentre fissi un punto sul muro e sembri distratto.

In realtà in quei secondi o forse minuti, parti per un posto estremamente reale. Il nero lì funge da corridoio, una galleria sotterranea tra la vita ordinaria e il territorio dell’ombra che non morde, ma osserva. Sta seduta in un angolo, anche lei in nero, e aspetta che la guardi dritta in faccia.

Lì trovi versioni di te lasciate a metà: la bambina o il bambino che ha imparato a tacere per tenere tutti tranquilli, l’adolescente che avrebbe voluto dire di no e ha annuito, l’adulto che si arrangia con briciole di rispetto e silenzio, e le chiama “amore”.

Il nero raccoglie ogni pezzo e crea una stanza piena. Chi entra nel mistero dell’ombra vede quella stanza. A volte in forma di immagini durante una meditazione guidata, a volte in forma di corpi che tremano, parole che faticano a uscire e poi esplodono: «Ripeto sempre la stessa storia. Sento una lealtà verso chi ha sofferto prima di me. Mi proteggo così tanto da impedire a chiunque di avvicinarsi davvero.»

Il nero ascolta tutto. Stringe, taglia e riordina i pezzi come un sarto con la stoffa. Poi ti costringe a una domanda semplice e feroce: «quale trama scegli adesso? Identità che imiti da una vita o voce interiore che fino a ieri hai trattato come un rumore di fondo?»

L’adultità qui smette di sembrare una parola astratta e assume il volto di chi decide di guardare dentro senza scappare via al primo brivido. Diventa il gesto di chi sceglie di sedersi accanto alla propria ombra invece di chiuderla nel sottoscala della casa stregata. Quell’adultità capace di abitare nella stanza con il nero acceso, le luci basse, le porte socchiuse, e restare comunque presente.

Presenza, altra parola delicata. Il nero adora le distrazioni. Ama i telefoni sempre in mano, le agende strapiene, gli impegni uno dietro l’altro. Ogni pieno eccessivo tiene lontano da una domanda: «cosa sento davvero adesso?»

Durante il viaggio nell’ombra, proprio questa domanda guida i passi. E lì, in quel viaggio, essere presenti vuol dire rimanere in contatto con il corpo, col respiro, coi segnali minuscoli che arrivano prima dei pensieri.

Poi arriva il tema della protezione. Il nero conosce ogni tipo di armatura: ironia che taglia l’aria, il controllo totale e la fuga cronica. Strati di difese create per sopravvivere. Funzionano per un po’, certo. Poi però, presentano il conto.

E a quel punto l’ombra riceve un aggiornamento e diventa scelta consapevole: seleziono le persone con cui mi espongo, pronuncio i miei sì in modo integro, affido i no a una voce chiara. Protezione come cura e non più come muro che separa da tutto.

Il viaggio continua, avanti e indietro. Si scende nel seminterrato, si incontrano antenati, si ascoltano storie di donne e uomini che portano segreti nelle ossa, si osservano fedeltà di famiglia che guidano le relazioni attuali come fili invisibili.

Poi si risale. Si porta il nero a spasso nella vita di tutti i giorni. Lo si invita a sedersi al tavolo della colazione, a guardare una discussione di coppia, a partecipare a una scelta di lavoro.

A quel punto il nero cambia ruolo. Da minaccia diventa Consulente spietato e fedele, un suggeritore che sussurra: «questo compromesso spegne qualcosa di te», oppure «quest’uomo, questa donna, questa collaborazione vibrano con la tua nuova identità.» La definizione di sé prende corpo lungo il tragitto. Frase dopo frase, atto dopo atto, passo dopo passo scegli chi entra, chi resta fuori, quale storia racconti su di te d’ora in avanti.

Il nero accompagna questo processo come una stanza di montaggio. Taglia scene, allunga altre, sfuma personaggi che appartengono a un capitolo passato.

Alla fine, il nero esce con te. Sfila di nuovo, solo che adesso non comanda più da dietro le quinte. Cammina al tuo fianco. Abita gli abiti scelti con cura, lo sguardo deciso, la schiena dritta. Partecipa ai momenti in cui ti presenti al mondo e afferma:

Eccomi. Questa versione di me adesso prende spazio. Custodisce l’ombra, abita la luce, attraversa il viaggio tra i mondi con gli occhi aperti. E, soprattutto, resta capace di tenerezza.”

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