Numero quattro: Liminare

Questo pazzo mondo

Questo pazzo mondo

Chi decide dove finisce la sanità e inizia la follia?

Chi traccia quella linea — e con quale autorità?

Queste non sono domande retoriche. Sono domande politiche. Perché ogni epoca ha deciso chi è normale e chi no — e quella decisione ha sempre avuto conseguenze reali su corpi reali, vite reali, libertà reali.

Ronald Laing, psichiatra scozzese che negli anni Sessanta sovvertì le fondamenta della psichiatria occidentale, scrisse qualcosa che brucia ancora: “La persona normalmente alienata, adattata alla nostra società alienata, è presa per sana.”

Non è provocazione. È diagnosi.

La salute mentale — quella che misuriamo, certifichiamo, premiamo — è spesso adattamento. Adattamento a ritmi insostenibili. A relazioni che svuotano. A un sistema che chiede performance costante e chiama debolezza qualsiasi cedimento.

Thomas Szasz, psichiatra ungherese-americano, andò oltre. Definì la malattia mentale un mito — non nel senso che il dolore non esiste, ma nel senso che le categorie che usiamo per classificarlo sono costruzioni sociali, storicamente determinate, culturalmente negoziabili.

Il DSM — il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali — è arrivato alla quinta edizione con oltre 300 categorie diagnostiche. Ogni edizione più spessa della precedente. Ogni edizione capace di trasformare in disturbo comportamenti che prima erano semplicemente umani.

Chi stabilisce la soglia? Chi decide che il lutto diventa depressione, che la timidezza diventa fobia sociale, che la vivacità di un bambino diventa ADHD?

Non sono domande per negare il dolore. Sono domande per capire chi ha il potere di nominarlo — e cosa succede quando lo nomina.

Eppure chi vive sul liminare della malattia mentale non lo vive come dibattito. Lo vive come corpo.

Come alzarsi la mattina e non riuscire a uscire da un’oscurità che non ha nome. Come sorridere al lavoro mentre dentro qualcosa si spezza ogni giorno. Come portare un peso che gli altri non vedono — perché la malattia mentale è spesso invisibile.

In Italia circa 16 milioni di persone convivono con un disturbo mentale. Oltre 3,5 milioni soffrono di depressione — e le diagnosi sono aumentate del 30% negli ultimi anni. Il 74% dei problemi di salute mentale insorge entro i 24 anni. Eppure tre italiani su quattro continuano a credere che la depressione non sia una vera malattia — ma uno “stato temporaneo” che passa con la forza di volontà.

Questa è la seconda violenza. Non il dolore — ma il non essere creduti nel dolore.

Laing lo aveva capito con precisione chirurgica: “La follia non è necessariamente un crollo. Può essere anche un’apertura.”

Chi scivola giù sul liminare non sta semplicemente perdendo — sta attraversando. Sta attraversando qualcosa che il mondo intorno a lui non sa vedere, non vuole vedere, non ha il linguaggio per vedere.

E allora tace. Si vergogna. Finge di stare bene.

Perché lo stigma — quella seconda malattia silenziosa — è ancora qui. Feroce come sempre, solo camuffato da comprensione social. Da hashtag sulla salute mentale che convivono con la stessa incapacità di stare davvero dentro il dolore dell’altro.

Il silenzio è la terza malattia.

Non la si diagnostica. Non compare nel DSM. Eppure è quella che uccide più lentamente — perché convince chi soffre che il suo dolore non merita spazio, voce, ascolto.

Viviamo in un’epoca paradossale. Non si è mai parlato tanto di salute mentale — e mai come oggi chi ne soffre si è sentito così solo nel farlo davvero.

I social sono pieni di contenuti sul benessere psicologico. Il linguaggio terapeutico è diventato pop — boundary, trauma, resilienza, self-care. Eppure solo un terzo di chi sperimenta un disagio mentale riceve un trattamento adeguato. Il bonus psicologo del 2024 ha ricevuto 400 mila richieste — ne sono state accolte 16 mila.

Qualcosa non torna.

Perché c’è una differenza enorme tra parlare di salute mentale e stare dentro il dolore di qualcuno. Tra condividere un post sull’ansia e sedersi accanto a chi non riesce ad alzarsi dal letto. Tra usare il linguaggio della cura e praticarla davvero — con il tempo, la presenza, l’assenza di giudizio.

Il pregiudizio non è scomparso. Si è solo raffinato.

Non dice più: sei pazzo, vai rinchiuso. Dice: dovresti fare meditazione. Dice: forse hai bisogno di staccare dal telefono. Dice: anche io ogni tanto mi sento giù.

E chi è davvero sul liminare — quello vero, quello senza fondo visibile — rimane solo. Con un dolore che non trova posto. Con una vergogna che non dovrebbe esistere. Con la sensazione che il mondo continui a girare mentre lui è fermo, bloccato, frammentato.

Borgna lo sapeva: “Non fa paura l’isolamento causato da una malattia — ma quello causato dal deserto delle emozioni.”

Il deserto delle emozioni non è dentro chi soffre. È intorno a lui.

Siamo ancora qui. A tracciare confini tra sani e folli. A decidere chi merita comprensione e chi è semplicemente troppo difficile da amare.

Liminare non è solo un titolo. È la condizione di milioni di persone che camminano ogni giorno sul filo — e non trovano nessuno disposto a starci insieme.

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