Numero tre: 2+1=5

Io e Tu

Io e Tu

Io e tu

di Martin Buber

Titolo originale: Ich und Du
Anno: 1923
Genere: Filosofia, teologia dialogica
Temi: Relazione, dialogo, ontologia dell’incontro, spiritualità ebraica
Edizioni italiane: Varie (Rusconi, Bonomi, etc.)

Martin Buber, filosofo ebreo radicato nella tradizione chassidica e nella Kabbalah, scrive nel 1923 uno dei testi più radicali sulla relazione: “Io e Tu”. Non è un manuale di psicologia, non è un saggio accademico – è quasi un testo sacro, scritto in forma poetica e aforistica.

Buber dice una cosa semplice e devastante: noi esistiamo solo nella relazione. Non c’è un “io” che poi incontra un “tu” – l’io nasce nell’incontro, si costituisce nel dialogo. Prima della relazione, non c’è nessuno. L’identità non è un dato di partenza, è un effetto della relazione stessa.
Ma Buber distingue due modi fondamentali di stare al mondo: Io-Tu e Io-Esso.
Io-Esso è la relazione strumentale, oggettivante. L’altro diventa cosa – qualcosa da usare, capire, misurare, possedere, categorizzare. È la relazione del mondo moderno, del lavoro, della tecnica. Necessaria, ma sterile. Non genera vita nuova.
Io-Tu è l’incontro vero – quello dove non controlli, non misuri, non prevedi. Dove l’altro ti sta di fronte nella sua totalità irriducibile. È lo spazio sacro dove l’altro ti trasforma e tu trasformi l’altro, senza che nessuno dei due resti quello che era prima. Da questo incontro emerge qualcosa di più grande – una terza realtà che non appartiene né a te né all’altro, ma vive nello spazio-tra.

La relazione Io-Tu non può durare – scivola sempre di nuovo in Io-Esso, perché non si può vivere continuamente nell’intensità dell’incontro totale. Ma quei momenti di relazione autentica sono ciò che ci rende umani. E in ogni vera relazione Io-Tu, dice Buber, è presente il Tu eterno – Dio che si manifesta nell’incontro autentico con l’altro. Il sacro non è altrove, è qui, nello spazio della relazione vissuta nella presenza piena.
Buber scrive dalla tradizione ebraica del dialogo come forma di preghiera, della relazione come luogo teologico per eccellenza. Ma “Io e Tu” ha attraversato confini religiosi e culturali – ha influenzato la psicologia (Rogers, la Gestalt), la pedagogia (Paulo Freire), la teologia cristiana (Balthasar), la filosofia continentale (Lévinas).

Questo è il 2+1=5 come spazio sacro. La relazione non come somma di due individui, ma come generatrice di realtà nuova, imprevedibile, più grande. La relazione come il luogo dove l’essere accade.

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