Numero cinque: Emergenza

Sentire senza diventare

Sentire senza diventare

L’Emergenza ha due facce. Una guarda il pericolo. L’altra guarda l’orizzonte. E la teoria polivagale ci dice qualcosa di preciso su come il sistema nervoso le tiene insieme.

Una gerarchia antica

Stephen Porges, neurologo americano, ha proposto negli anni Novanta una teoria che ha cambiato il modo in cui pensiamo alla risposta umana al pericolo. La chiama teoria polivagale. L’idea di fondo è semplice nella forma, radicale nella sostanza: il sistema nervoso autonomo non ha due stati — attivazione e riposo — ma tre, organizzati in una gerarchia evolutiva.

Il più antico è l’immobilizzazione — la risposta del rettile, quella che congela, che simula la morte, che spegne tutto quando il pericolo è insormontabile. Il secondo è la mobilitazione — il sistema simpatico, quello della lotta e della fuga, dell’accelerazione, dell’urgenza. Il terzo, il più recente, è quello che Porges chiama il circuito dell’ingaggio sociale: la capacità di connettersi, creare, percepire sfumature, restare presenti a se stessi mentre si è in relazione con il mondo.

Questi tre stati non sono scelte. Sono risposte automatiche del sistema nervoso a ciò che percepisce come sicuro o minaccioso — attraverso un processo che Porges chiama neurocezione: una valutazione continua, inconscia, che avviene prima del pensiero.

Le due facce della medaglia

Qui entra in gioco la doppia natura di emergenza. Nel senso comune, emergenza è sinonimo di crisi — lo stato di mobilitazione totale, il sistema simpatico al massimo, l’urgenza che non ammette indugio. È l’emergenza che reagisce, che scatta, che non può aspettare.

Ma emergenza viene da emergere. Salire in superficie. Venire alla luce. Ed è questa seconda lettura che la teoria polivagale illumina in modo inatteso: l’emersione — nel senso profondo del termine — è possibile solo dal terzo stato. Solo quando il sistema nervoso percepisce abbastanza sicurezza da uscire dalla modalità difensiva, qualcosa di nuovo può davvero venire in superficie. Non prima.

Le due emergenze, viste attraverso questa lente, non sono semplicemente opposte. Sono specchi. Una rivela le condizioni dell’altra. La reattività ci mostra dove il sistema non si sente ancora al sicuro. L’emersione ci mostra dove quella sicurezza è stata trovata — o costruita.

Emergenza reattiva

Sistema simpatico attivato. Neurocezione di pericolo — reale o percepito. Il circuito dell’ingaggio sociale si spegne: non c’è spazio per le sfumature, per la connessione, per il nuovo. Solo per sopravvivere. È intelligenza antica. A volte è esattamente quello che serve.

Emergenza come emersione

Circuito vagale ventrale attivo. Neurocezione di sicurezza sufficiente. Il sistema può permettersi di non difendersi — e in quello spazio emerge ciò che era in attesa. Non è assenza di attivazione: è attivazione che non ha bisogno di diventare difesa.

Il problema non è la reazione

La teoria polivagale ha il merito di togliere giudizio alla reattività. Il sistema simpatico non sbaglia quando si attiva — fa esattamente quello per cui è stato costruito. Chi è in pericolo reale, chi vive dentro la crisi concreta, chi non ha ancora trovato un luogo abbastanza sicuro: per loro la mobilitazione non è un difetto da correggere. È la risposta appropriata a ciò che il sistema nervoso percepisce.

Il problema — e qui sta la filosofia — è un altro. È quando la neurocezione di pericolo non corrisponde più alla realtà esterna, ma continua ugualmente a guidare il sistema. Quando il circuito della difesa rimane attivo anche dove il pericolo è passato, o non c’è mai stato nel modo in cui è stato percepito. Quando l’emergenza reattiva diventa il modo stabile di stare al mondo, non per necessità contingente ma per abitudine neurologica.

In quel caso, la mobilitazione non protegge più — consuma. E soprattutto: impedisce l’altra emergenza. Impedisce che qualcosa emerga, perché il sistema è interamente occupato a difendersi da ciò che ha già imparato a temere.

Non è la reazione il problema. È quando la reazione non trova più il suo oggetto e continua lo stesso.

La soglia come spazio polivagale

La soglia del processo — questo luogo che abitiamo — ha una precisa traduzione polivagale. È lo spazio in cui il sistema nervoso viene invitato, gradualmente, a spostarsi dalla mobilitazione difensiva all’ingaggio. Non per forza. Non per volontà. Ma perché trova — nella relazione, nel ritmo, nella ripetizione — abbastanza segnali di sicurezza da permettersi di abbassare la guardia.

È lì che avviene l’emersione. Non come conquista eroica, non come esito di una tecnica. Ma come conseguenza naturale di un sistema nervoso che finalmente non deve più difendersi da tutto. Che può permettersi di non sapere. Che può permettersi di aspettare ciò che sale.

Le due emergenze, in fondo, si rivelano l’una attraverso l’altra proprio qui: l’intensità della reazione ci dice quanto il sistema ha bisogno di sicurezza. L’ampiezza dell’emersione ci dice quanta ne ha trovata. Non sono opposte. Sono misure della stessa cosa, prese da direzioni diverse.

Non c’è fretta. Ma neanche c’è tempo da perdere.

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