Numero otto: Solum, Soli, Solo

L’equivoco della solitudine

L’equivoco della solitudine

Dal suolo alla luce dell’unicità

La lingua, a volte, si comporta come un sismografo dell’anima. Basta seguire alcune parole apparentemente vicine per accorgersi che dietro una semplice assonanza può nascondersi un intero paesaggio simbolico. È ciò che accade con il latino solum, solus e sol, e con quel curioso gioco fonetico che in inglese avvicina soil e soul.

Forse aveva ragione Isidoro di Siviglia quando scriveva nelle Etymologiae che conoscere l’origine delle parole significa comprenderne più profondamente la natura. Le etimologie non sono sempre strumenti scientifici impeccabili, ma spesso diventano mappe immaginarie capaci di suggerire relazioni inattese. E, qualche volta, queste relazioni raccontano qualcosa anche di noi.

Nel linguaggio comune, essere soli coincide quasi sempre con una mancanza. La parola “soltanto” sembra delimitare, restringere, togliere. Eppure contiene un piccolo ossimoro: nel suo significato di limite continua a risuonare quel “tanto” che sembra alludere a una ricchezza inattesa.

Il latino offre un cortocircuito interessante. Solum è il suolo, il fondamento, la terra su cui poggiamo i piedi. Solus è ciò che è unico, separato, irriducibile. E sol è il sole, la luce.

Non sono la stessa parola. Eppure è difficile sottrarsi all’impressione che descrivano un movimento.

Perché essere soli non significa necessariamente essere isolati. Può voler dire, prima di tutto, riconoscere il proprio solum, il terreno che ci sostiene. La solitudine, allora, smette di essere una forma di esclusione e diventa una condizione di radicamento. Sentirsi unici non significa sentirsi superiori. L’unicità non è un’élite, ma una responsabilità. Non consiste nel collocarsi sopra gli altri, bensì nel riconoscere che nessuno può abitare il nostro posto al mondo.

La lingua inglese aggiunge un’altra suggestione. Una sola vocale separa soil, il terreno, e soul, l’anima. È soltanto un’assonanza, naturalmente, ma sembra suggerire qualcosa di antico: l’idea che lo spirito non nasca in opposizione alla materia, ma da essa. Come un seme che, prima di emergere verso la luce, deve accettare il buio della terra.

Siamo alberi, dopotutto, non nuvole. E più le radici affondano nel terreno, più la chioma può aprirsi verso il sole.

James Hillman, con la sua idea di Anima Mundi, ha più volte insistito sul fatto che l’anima non sia una sostanza separata dal mondo, ma qualcosa che abita i luoghi, i paesaggi, le cose. In questo senso, soul e soil finiscono quasi per toccarsi davvero: prendersi cura di sé significa anche prendersi cura del proprio pezzo di mondo.

Anche Hannah Arendt distingueva la solitudine dall’isolamento. L’isolamento è una privazione. La solitudine, invece, è la possibilità di restare in compagnia di se stessi senza smettere di appartenere al mondo. E persino Nietzsche, spesso letto come teorico dell’individualismo estremo, immaginava il cammino dell’individuo non come una fuga dal gregge per sentirsi superiore, ma come la difficile conquista di una voce propria.

La letteratura ha raccontato più volte questa trasformazione. Nelle Lettere a un giovane poeta, Rainer Maria Rilke invita a non temere la solitudine, ma ad abitarla abbastanza a lungo da lasciarla maturare. E Walt Whitman, nelle Foglie d’erba, può celebrare se stesso senza smettere di sentirsi parte del tutto:

«Io celebro me stesso e canto me stesso,
e ciò che assumo io lo assumerai anche tu.»

L’io non si contrappone al mondo. Vi si immerge.

Qualcosa di simile accade nel Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich. La figura è sola davanti all’immensità, ma quella solitudine non ha nulla di disperato. I piedi poggiano sulla roccia. È un uomo esposto all’infinito, ma non smarrito. Prima della luce, c’è sempre una terra.

Anche il cinema ha raccontato questo movimento. In The Tree of Life di Terrence Malick la materia e lo spirito, la grazia e la natura, non vengono mai realmente separati. E in Interstellar di Christopher Nolan l’esperienza più estrema della solitudine cosmica finisce per riportare al centro ciò che tiene uniti gli esseri umani. Attraversare il vuoto non significa necessariamente soccombere al vuoto.

È forse la musica, però, a esprimere con maggiore immediatezza questa trasformazione.

La stessa Soul Music porta nel nome questa tensione. Ma le sue radici affondano letteralmente nel soil delle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, nei canti di lavoro, nel blues, nel dolore trasformato in voce. In artisti come Otis Redding o Aretha Franklin non c’è una spiritualità astratta: c’è un’anima che nasce dal corpo, dal sudore, dalla terra.

Franco Battiato ha cercato per tutta la vita qualcosa di simile. Dal desiderio di un «centro di gravità permanente» fino alla tensione spirituale di Lode all’Inviolato, la sua ricerca non è mai stata una fuga dal mondo, ma il tentativo di trovare una stabilità capace di restare aperta al cambiamento.

Anche Enjoy the Silence dei Depeche Mode racconta una forma di solitudine che non coincide con l’assenza, ma con la possibilità di custodire uno spazio interiore sottratto al rumore. Il silenzio non come vuoto, ma come terreno fertile.

Nella versione di Johnny Cash di Solitary Man, la solitudine non è una sconfitta. È una forma di integrità conquistata attraverso le ferite. E persino The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, dopo aver attraversato alienazione, paura e frammentazione, si chiude con Eclipse, ricordandoci che tutto ciò che esiste sotto il sole appartiene comunque a una medesima armonia, anche quando la luce sembra momentaneamente oscurata.

Forse l’equivoco nasce proprio qui.

Abbiamo imparato a pensare la solitudine come assenza, quando potrebbe essere soprattutto una forma di presenza. Abbiamo confuso l’essere soli con l’essere separati, mentre molte delle esperienze più profonde dell’esistenza richiedono proprio la capacità di restare, almeno per un momento, da soli con noi stessi.

Non per chiuderci.

Ma per mettere radici.

Perché solo chi ha trovato il proprio solum può riconoscere la propria soul. E soltanto allora la luce del sol smette di essere qualcosa da inseguire e diventa, semplicemente, qualcosa che ci attraversa.

Restare con i piedi per terra, in fondo, non significa rinunciare all’altezza. Significa ricordare che anche gli alberi più slanciati crescono verso il cielo soltanto perché hanno imparato, prima, ad abitare il fango.

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