“C’è dolore nel mondo.
Prendilo nel tuo petto
e slargati con esso.
C’è un mondo attorno a te
spalanca tutto
perdi il tuo nome
brucia
spara oggi
i tuoi colpi migliori
non amare i tuoi colpi di testa
ama solo i tuoi colpi di cuore
tu sei mondo ricorda,
non piccola carta d’identità non curriculum e crediti
non bocciature e promozioni
tu sei mondo ricorda”.
Gianluigi Ghezzi
“Ti aspetto nella mia casa a disordinare”
“Solitari interconnessi”: così Bauman ed Ezio Mauro ci definivano osservando come l’epoca caratterizzata dalla pervasività della comunicazione e dall’essere sempre disponili sia in realtà abitata da una profonda solitudine.
Cosa significa oggi, infatti, fare ed essere comunità? Cosa significa abitare una città, viverla, esserne parte?
Come si è arrivati ad eroderei legami sociali? Quale grammatica sociale abbiamo completamente dimenticato e perso?
La communitas si basa sulla reciprocità e sulla presenza. Il senso di appartenenza nasce nel momento in cui ci si sente parte di un gruppo che si identifica per valori, intenti, doveri, responsabilità.
Quando abbiamo smesso di volerci rendere utili per il bene comune? Per un bene che ci trascende, che non riguarda solo l’Io ma piuttosto il Noi?
La massima espressione per la libertà per i greci, non era come per i moderni l’esplorazione delle libertà individuali, ma il veder riconosciuta la possibilità di concorrere a formare, decidere e incidere sul bene comune.
Una pratica ormai completamente abbandonata.
Oggi la dimensione del Noi sembra essere sbiadita: riconoscersi insieme uguali e diversi, parte di un Tutto, guardarsi per accogliere e non per giudicare, amarsi e sorriderci sono pratiche lontane. Donarsi, aprirsi, stupirci perché l’Altro esiste e io insieme a lui. Concorrere a creare Bellezza e Poesia nel Mondo.
Sembrano frasi utopiche. Siamo rinchiusi nella paura dell’ignoto, di ciò che non conosciamo e non vogliamo comprendere. Cerchiamo di leggere il presente con categorie oramai obsolete, incapaci di cogliere la complessità attuale. Invece di abbracciarci e capire cosa e come costruire insieme, ci abbarbichiamo dietro muri di difesa enormi, arrabbiati e giudicanti.
Ci isoliamo. Piangiamo soli mentre ci scattiamo una nuova foto profilo accattivante perché in realtà bisogna solo mostrare che si è fintamente felici.
Oggi siamo soli in città abitate dal frastuono e dal rumore. Oggi siamo soli mentre tendiamo ad abbassare lo sguardo verso uno schermo blu, dimenticandoci che l’unico blu da ammirare è quello del cielo terso.
Incapaci di dialogo vero, abbiamo smesso di guardarci negli occhi, profondamente per riconoscerci vivi e umani.
Carne e sangue, cuore che palpita, anima che scalpita, corpo che sente.
Scendiamo in piazza. Non solo per protestare, ma viverci.
Vivere lo spazio che abbiamo un tempo creato insieme per stare insieme.
Scendiamo in piazza, camminiamo lentamente, riscopriamone i contorni, i colori, le insegne, sediamoci su una panchina, guardiamo i volti. Quando incrociamo uno sguardo, fermiamoci. Respiriamo. Senza parlare, vedrai che negli occhi difronte a te, ci sei anche tu, un Uomo o una Donna che lotta per il quotidiano. Non averne paura, sciogli il cuore, avvicinati, prendi le mani difronte a te, stringile.
Sentirai lo stesso dolore, la stessa inquietudine, il senso di vuoto e la solitudine, che abitano quel corpo, lentamente abbandonarsi alla terra.
Rimangono energia e vita, amore e riconoscenza.
Potete anche piangere, ma poi accendete quella fiamma del voler essere insieme in chiunque vi incontri.
Torniamo Umani.