Nell’era dell’iperconnessione, il paradosso è raggiunto: la solitudine.
Dicono che sia colpa nostra se lo siamo. Non sappiamo più comunicare, stare in relazione, amiamo la superficialità degli incontri, siamo fondamentalmente egocentrici. Centrati sul nostro egoismo, alla prima difficoltà relazionale scappiamo. Centrati solo sul nostro sole, ci sappiamo solo lamentare di ciò che non abbiamo. Stiamo meglio nel mordi e fuggi di un social. Entrare in profondità ci spaventa.
Dicono che sono saltati i luoghi. Le vere piazze di un tempo, il bar dove ritrovarsi con gli amici. Nascono sporadici, per ora, luoghi nel mondo dove lasciare fuori i cellulari, dove poter leggere in silenzio, dove parlare.
Dicono che i giovani di oggi siano ancora più sbandati, smarriti, senza la capacità di stare insieme — non trasmessa dalla generazione precedente, così uscita di botto da vecchie regole sociali e psicologiche, senza averne create altre di solide.
Dicono che nelle grandi città ormai siamo tutti chiusi nei nostri loculi isolati, sempre più vecchi e soli. E nelle case di riposo, nei corridoi silenziosi, negli appartamenti dove il telefono non squilla — lì la solitudine ha un altro peso. Più antico, più invisibile. Regge ancora forse il piccolo paese, dove però ti stufi di vedere sempre le stesse persone e di fare sempre le stesse cose.
La solitudine delle persone stanche. Mi verrebbe da dire.
Stanche di lottare per capirsi — figuriamoci comprendersi. Stanche di impegnarsi a comunicare. Stanche di uscire dal proprio guscio quando significa incontrare muri e diffidenza.
Penso a chi sceglie oggi di non uscire di casa — gli hikikomori. Penso a chi sceglie la vita da homeless perché non trova nella società una casa vera, fatta di affetti e di bene. Penso a quel bisogno di appartenenza che ci abita da sempre, tutti noi umani.
In ogni luogo comune esiste una scintilla di verità. Ma sentirsi dire continuamente che siamo tutti soli non fa altro che nutrire tale pensiero e farci sentire ancora più impotenti.
Eppure, a guardare bene, non è solo colpa del mondo.
Siamo stanchi di lottare. Contro cosa poi? Quel nostro mondo interiore che ci ha costretti a chiuderci in solitudine pur avendone così disperato bisogno.
Ma oggi, sì, tutto sembra più difficile. Comunicare, uscire dal guscio, creare legami che non anneghino in due settimane.
Ovviamente i distinguo sono d’obbligo — per età, luogo, cultura, soprattutto aspettative. E ancora, per provenienza familiare.
La storia della solitudine, quando non è ontologica ed esistenziale — e quando non sposiamo tale eggregora — ha sfumature e colori differenti.
La realtà che abbiamo davanti parla chiaro: siamo più soli. Non solo perché iperconnessi, ma perché siamo più stanchi. Siamo la generazione che si è resa conto, nel migliore dei casi, di aver ereditato un mondo di traumi e che sta scoprendo che le relazioni non sono facili. Ma siamo anche la generazione che lavora troppo per avere tempo, che vive in città costruite per isolare, che non può permettersi radici perché la precarietà le strappa via prima che attecchiscano.
Siamo la generazione che si sta rendendo conto che se non si appiana dentro prima che fuori, si trova solo frustrazione e solitudine.
E scivoliamo nella dipendenza affettiva pur di non sentirci soli. Pur di non sentire quel vuoto.
E cerchiamo solo chi ci possa vedere, ascoltare, aiutare ad uscire da quella solitudine ontologica che ci attanaglia dall’uscita dal paradiso.
Ognuno sta solo sul cuor della terra.
E invece di dare una mano aperta, restiamo chiusi in paura e giudizio.
Ci sono risposte univoche? No. Ci sono ricette per uscirne? Ancora meno — o forse nessuna. La solitudine è una rete: ontologica, sociale, culturale, psicologica. Quale parte — anche inconscia — stai giocando in questa solitudine? A cosa ti serve? Da chi hai imparato che eri destinato a questo?
Resta un aspetto, come un sole che può aiutare ad uscire dal solo — da quel SOLO che è anche il titolo di questo numero — egocentrato e chiuso in se stesso: il desiderio che arde ancora dentro di te, di trovare casa, appartenenza, di poter stringere una mano, ridere con qualcuno, condividere la bellezza.
Non lasciar mai spegnere quel desiderio. Perché siamo tutti qui, trafitti da un raggio di sole. E alla sera la luce del crepuscolo è bellissima, sia in solitudine, sia condivisa.