Numero otto: Solum, Soli, Solo

No man is an island

No man is an island

Ci sono state sere, nella mia vita, in cui ho attraversato momenti di grande solitudine, spazi profondamente introspettivi. Più di una volta mi sono ritrovata in mezzo alla folla, circondata da amici, eppure mi sentivo completamente isolata, come se fossi separata dal mondo da una parete di vetro invisibile. Con il tempo ho capito un paradosso profondo: i momenti più pieni sono stati proprio quelli in cui mi riempivo di me, in cui stavo bene nel mio spazio interiore. E, accanto a questi, pochissimi attimi di reale condivisione con persone scelte, anime affini con cui l’incontro è stato autentico. Tutto il resto, alla fine, è passato.

È un’esperienza intima che, ne sono sicura, tocca molti di noi: oggi non siamo mai stati così perennemente connessi, eppure non siamo mai stati così drammaticamente distanti.

La lingua latina, con la sua precisione chirurgica, ci offre tre sfumature per esplorare questa complessa condizione:

Solum, soli e solo.

Solum: Rappresenta il suolo, la terra sotto i piedi, la base. In senso interiore, la solitudine è il nostro solum, quel terreno primordiale in cui siamo costrette a guardarci dentro, spogliate da ogni maschera, per riempirci di noi stesse.

Soli: Al plurale, ci ricorda che questa condizione non è un’isola deserta per un singolo naufrago. Siamo una moltitudine di soli, una rete di solitudini che camminano l’una accanto all’altra nelle metropolitane, specchiandosi negli schermi dei cellulari.

Solo: È lo stato d’animo. Quello che proviamo quando realizziamo che l’interconnessione globale, anziché avvicinarci, ha spesso teso un velo trasparente ma spessissimo tra noi e il mondo.

Magari soltanto restando ancorati al suolo, come se fossimo radicati alla terra, o al nostro corpo, Solo non è più un singolo, ma sente le vibrazioni dell’altro, diventa moltitudine.

Questa transizione dal terreno interiore all’isolamento trova una sintesi visiva straordinaria nell’arte visiva.

Se guardiamo “Il Pensatore” di Auguste Rodin, notiamo subito che la solitudine non è descritta come un momento di quiete, ma come una condizione fisica ed emotiva totalizzante. L’uomo è nudo, spogliato di tutto, rannicchiato su se stesso.

La critica artistica ci insegna che Rodin non voleva rappresentare solo un intellettuale che ragiona, ma l’atto stesso del pensare come uno sforzo titanico e doloroso. I muscoli tesi, le dita contratte e la mano che preme contro la bocca simboleggiano un’introspezione che scava fino all’osso. Questa scultura racchiude perfettamente il concetto di solum: il pensiero profondo richiede di isolarsi dal rumore circostante, ma porta con sé il peso immenso dell’esistenza e la vulnerabilità dell’essere umano di fronte al proprio destino.

Le nostre relazioni quotidiane, invece, sono diventate “liquide”, per usare la celebre definizione del sociologo polacco Zygmunt Bauman.

Fluiscono, cambiano forma rapidamente, evaporano con un “blocco” o un “defollow”. Ci muoviamo in un mercato dell’apparenza dove l’interfaccia di un social conta più dell’essenza, dove ci sentiamo autorizzati a dire di tutto – protetti da una tastiera – ma dove facciamo fatica a compiere il gesto più semplice e vulnerabile: aprirci all’altro, stabilire un legame reale, tangibile. Abbiamo sostituito l’abbraccio, un tocco, una carezza, con un’icona e lo sguardo con un display.

Eppure, sotto questo strato di ghiaccio digitale, la nostra natura non è cambiata. Ognuno di noi grida, nel profondo, il bisogno di una connessione autentica, di quegli attimi di reale condivisione.

Già nel lontano 1624, il poeta inglese John Donne, nelle sue Devotions upon Emergent Occasions (Meditazione XVII), scriveva una frase che oggi risuona come un monito urgentissimo: “No man is an island”, nessun uomo è un’isola. Questo brano, un vero e proprio inno all’interconnessione umana, fu ripreso nel 1940 da Ernest Hemingway come epigrafe del suo capolavoro Per chi suona la campana, regalandoci parole che fanno vibrare l’anima:

“Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. […] La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te.”

Hemingway ci ricorda che ogni ferita inferta all’altro è una ferita inferta a noi stessi. Se si spegne una vita, o se semplicemente si isola un’anima, il continente umano diventa più povero.

Questo bisogno ancestrale attraversa i secoli e arriva fino alla musica pop dei giorni nostri.

La band irlandese The Script, nel loro brano No Man Is An Island, canta: “No man is an island, of this I’m certain /

And no man can make it alone /

Cross every river, and climb every mountain / But you can’t build a house on your own”

(Nessun uomo è un’isola, di questo sono certo / E nessuno può farcela da solo / Attraversa ogni fiume e scala ogni montagna / Ma non puoi costruire una casa da solo).

Il significato di questa strofa è disarmante nella sua semplicità: possiamo anche essere forti, intraprendenti, capaci di superare ostacoli immensi (“scalare montagne”), ma la “casa” – che rappresenta la nostra stabilità emotiva, il nostro senso di appartenenza e il nostro futuro – non si costruisce in solitaria. Abbiamo bisogno di braccia che sorreggano i pilastri insieme a noi.

Questa stessa urgenza di calore umano e di autenticità, capace di farsi spazio tra le difficoltà del quotidiano, la ritroviamo nelle parole intense di Jovanotti e Ben Harper in Fango:

“Io lo so che non sono solo / Anche quando sono solo /

(…) Che l’unico pericolo che sento veramente / È quello di non riuscire più a sentire niente”

È una confessione che tocca il cuore del problema moderno. Il vero rischio di questa solitudine digitale e liquida non è tanto l’isolamento fisico, quanto l’anestesia emotiva: il pericolo di restare intrappolati dietro uno schermo fino a non riuscire più a sentire l’altro. Sapere di “non essere soli anche quando si è soli” è la consapevolezza profonda di quel legame invisibile che ci unisce tutti, la certezza che la nostra umanità risiede nella capacità di emozionarci e di restare umani, anche in mezzo al “fango” del mondo.

Certo, saper filtrare le relazioni è un atto di amor proprio. Ritagliarsi momenti di solitudine è sano, serve a rigenerarsi, a ritrovare il proprio centro. Ma non dobbiamo mai perdere il contatto con l’altro.

Anche perché, a pensarci bene, siamo connessi persino a livello energetico. Siamo, in fin dei conti, una cosa sola. Se la poesia e la musica non bastassero a convincerci, ci viene in aiuto la scienza con una delle formule più eleganti e cariche di significato della fisica quantistica: l’equazione di Dirac.

Formulata dal fisico Paul Dirac per descrivere il comportamento delle particelle elementari, questa equazione ha dato vita a un’affascinante principio che, metaforicamente, si applica perfettamente alle relazioni umane (spesso associato al concetto di entanglement quantistico): se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma diventano in qualche modo un unico sistema.

Ciò che accade a uno continua a influenzare l’altro, anche se separati da chilometri, anni o silenzi.

Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le stelle e siamo legati da fili invisibili che nessuna distanza digitale può spezzare. Quei pochissimi attimi di reale condivisione con le persone scelte rimangono impressi in noi per sempre a livello profondo. La prossima volta che ti sentirai sola in mezzo alla folla, ricorda che sei parte del continente.

Posa lo schermo, cerca uno sguardo reale, tendi la mano e non lasciarti mai andare al pessimismo , sii grato per ciò che sei.

Perché la campana suona sempre per tutti noi.

Ai doni che l’universo mi ha fatto, soprattutto al dono più grande quello che mi ha riportato a me.

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