«Mi guardo allo specchio e vedo un viso di vecchio che non riconosco»
Lo diceva mio nonno.
Adesso è morto ma quella frase è rimasta. Me la porto addosso da anni, come la catenina che non si toglie mai: la dimentichi e poi, ogni tanto, ti ricordi che ce l’hai.
Per molto tempo l’ho letta come una frase sulla vecchiaia, poi, ieri, ho capito che era una frase su qualcos’altro.
In via Giolitti ci sono due cartoni per terra: due cartoni, uno quadrato e uno rettangolare, messi ad L.
In via Giolitti, sabato mattina alle 9:30, fa già caldo, tanto: esce dall’asfalto, dai muri che dentro sono freschi e fuori, quasi per dispetto, ancora più roventi e secchi.
Ci sono io, una piccola valigia in mano, la stazione è il mio obiettivo: devo banalmente prendere un treno.
La prima cosa che vedo su quei cartoni è un piede, un piede giovane né bello né brutto.
Seguendo il piede vedo una gamba, infilata in dei jeans troppo piccoli, e poi una schiena curva e magra di un colore che ricorda terre che amo tantissimo, al di là del Mediterraneo.
Solo alla fine vedo la testa: è piena piena di capelli ricci e neri.
Ed è china, appoggiata sul dorso di una mano, a sua volta appoggiata su un ginocchio.
E lì, guardando quella fronte appoggiata su un ginocchio, mi arriva tutta la spossatezza e la dolenza di quel corpo così giovane e vinto e, paradossalmente, pieno zeppo di vita.
Non mi serve vedere gli occhi, so già che ci troverei tutto quello che mi ha comunicato quel corpo.
Ci passo accanto sentendomi come una formichina, in mezzo ad altre formichine: tutte con le loro valigie, tutte con l’immagine dell’ingresso della stazione negli occhi, tutte troppo concentrate sulla propria meta, tutte incapaci di vedere, per davvero, quella dolenza così straniante, in un corpo così giovane.
Non te la aspetti, ok? Non da chi “biologicamente” ha tutta la vita davanti.
Vorrei poter dire che mi sono fermata, che gli ho chiesto se avesse bisogno di qualcosa, che mi sono industriata per trovare qualcosa che rendesse quella schiena di nuovo eretta.
Non l’ho fatto: avevo il mio treno da prendere.
Ho tirato dritto, sono entrata in stazione, ho preso il treno.
Oggi ho fatto il percorso al contrario: i cartoni erano ancora là, lui no.
Guardando i cartoni ho pensato a mio nonno e al suo specchio delle non meraviglie, poi all’asfalto del marciapiede su cui i cartoni stavano, e poi, più in generale, al pavimento, al terreno, alla materia che sta sotto di noi.
Sotto i piedi di mio nonno, davanti allo specchio del bagno, c’era un pavimento di mattonelle.
Sotto la schiena del ragazzo, in via Giolitti, c’erano due cartoni messi ad L.
Due solitudini diverse, due tempi della vita opposti, due geografie che non si incontreranno mai, seppur abitando lo stesso suolo.
La stessa materia che regge tutto e al di sotto la domanda: «Io sono visto?»
Le formichine, le mie compagne di via Giolitti, sono ovunque.
Nei vagoni dei treni, negli ascensori, alle casse del supermercato la domenica sera, nei letti illuminati dallo schermo prima di dormire.
Tutte concentratissime sulla propria meta, tutte incapaci, in quel momento, di vedere davvero qualcun altro.
Le città non guariscono dalla solitudine, la peggiorano.
Lo schermo acceso nel letto, al buio: scorri foto, visi, voci.
Uno, via. Un altro, via. Mille persone e nessuna.
Le fai sfilare e le abbassi, una dopo l’altra, senza fermarti su niente.
Ed è qui che mi è tornato in mente un gioco.
Quel gioco da bambini, Indovina chi?, quello con le facce.
Chiedi all’altro: ha gli occhiali? ha la barba? è una donna? e, a ogni risposta, abbassi una casella.
Vai per esclusione: quando ne resta una sola, hai vinto.
È un gioco che facciamo tutti, ogni giorno, in due direzioni.
Allo specchio abbassiamo i volti che non siamo più: la bambina, l’adolescente, la ragazza che eravamo prima di questo lavoro, prima di quella separazione, prima di quel lutto, prima dei capelli bianchi.
Abbassiamo, abbassiamo, e quando ne resta uno, a volte non lo riconosciamo.
Ma quel vecchio sono io?
Per strada abbassiamo i volti che non vogliamo vedere: il senzatetto all’angolo, la vecchia che parla da sola in autobus, il mendicante al semaforo.
Abbassiamo, e quando ne resta uno, a volte non lo guardiamo.
Ma chi era?
In entrambi i casi, qualcuno scompare dalla scena pur essendoci.
È lo stesso gioco, cambia solo lo specchio.
Due assenze, allora.
Mio nonno, che non c’è più e resta come eredità: la sua frase la porto io, adesso.
Sono io lo specchio in cui continua a guardarsi e, un giorno, sarò io a non riconoscermi più: la frase passa di mano, cambia interprete, non testo.
E il ragazzo, che era lì un attimo fa e, adesso, non so dove sia.
Se stia bene, se stia male, se abbia trovato un altro angolo: non lo saprò mai.
E lui non saprà mai che tra tante formiche, una lo ha visto.
Vedere.
È da lì che comincia tutto.
Non dal gesto eroico, non dal fermarsi, aiutare, salvare, quelle cose vengono dopo, se vengono.
La trasformazione comincia da qualcosa di più piccolo e di più difficile: vedere.
Vedere quel vecchio nello specchio e riconoscerlo: sei tu, sei sempre stato tu.
Vedere quel ragazzo sui cartoni e riconoscerlo: sei un altro, sì.
Ma sei anche, in un’altra vita, in un altro corpo, in un altro tempo, me.
Mio nonno, settant’anni fa, su un’altra strada di un altro paese, era quel ragazzo.
Io, un giorno, sarò quel vecchio.
Il ragazzo di via Giolitti, se la vita gli dà tempo, sarà un nonno che si guarda allo specchio.
Siamo la stessa casella, abbassata in tempi diversi.
Forse il gioco, allora, non è indovinare chi togliere: è smettere di abbassare le caselle.
Lasciarle su, guardarle.
Una formichina che vede non risolve niente: non rimette in piedi la schiena di un ragazzo, non resuscita un nonno, non guarisce le città piene di gente sola.
Toglie, però, alla solitudine, la sua parte peggiore: l’essere completa.
Chi viene visto, anche solo di sfuggita, anche da una formica di passaggio, per un istante esiste in qualcuno. E chi esiste in qualcuno non è più del tutto solo.
È poco. Ma non è niente.
Quel vecchio nello specchio. Quel ragazzo per terra.
Tu li vedi?