Qual è la voce cui cediamo il privilegio e l’arbitrio di validare noi stessi?
Ricordo le dita sui citofoni negli anni novanta. Il cinema all’aperto d’estate e le piazze vive, gremite in una miscellanea di generazioni.
Ognuno aveva un nome.
E poi il sociale è diventato social.
A un certo punto, in un istante indefinito a metà tra i Tamagotchi e Chat GPT, quei nomi hanno perso spessore. Eroso, limato da crescenti distanze.
Più soli perché vuote quelle piazze, ma anche più soli per cercare e riscoprire il valore del segreto.
Non più una solitudine subita ma leggera e liberante e custodita.
Sopra tutti i cuoricini.
Sopra la stanchezza di resistere in un mondo in cui siamo ormai funzioni e ci si accorge della nostra esistenza solo quando si smette di tenere tutto in piedi.
Sopra la pressione collettiva che misura il valore personale con Ia cifra di baratti e relazioni che si riescono a instaurare e ogni notifica che chiama la presenza prima ancora di riaprire la finestra al mattino.
Una solitudine di nuovi respiri.
Dentro quel silenzio in cui si onora la sincerità e non più la prestazione.
Nel segreto in cui abbiamo una nostra identità che niente può scalfire o cancellare o dimenticare. In cui imparare a bastarsi è tutto ciò che occorre per sentirsi a Casa.
Minimalismo emotivo.
Mi piace chiamarlo così, questo giardino.
La pace che non ha bisogno di conquiste né di applausi. Che è vestita di fede.
La gratuità di validare se stessi nella propria unica voce.
E come ogni tendenza che si rispetti, torna a vivere su quegli stessi social da cui si è divincolata.
Le loneliness influencers insegnano. Postano e insegnano.
Nessuna cena del sabato sera, nessun compagno di viaggio. Soltanto il calore di convivere se stesse e coltivarne il valore.
Il tutto rigorosamente condiviso in tempo reale.
È il segno dei tempi. Pur sempre una traccia per chi ancora desidera esplorare quel segreto e nel segreto scoprire ciò che Siamo.
Specchiarsi.
Ritrovarsi.
Essenze.