On the road
Jack Kerouac
Casa editrice: Mondadori
Città: Segrate (MI)
Anno: 1959
Lo si ricorda come il vangelo della libertà su quattro ruote: Sal Paradise e Dean Moriarty che attraversano l’America da costa a costa, il jazz, la benzedrina, la strada come estasi. Kerouac lo scrisse di getto, su un unico rotolo di carta lungo trentacinque metri, senza andare mai a capo — la forma stessa che si rifiuta di fermarsi. È il raminghismo eretto a poetica: non si torna a casa, si continua a partire.
Ma sotto il mito della gioventù in movimento cova un libro molto più cupo di come lo si celebra. Quell’altrove che i due inseguono — la pienezza, il momento assoluto — non si lascia mai afferrare: resta promessa, chimera, orizzonte che indietreggia a ogni miglio. E Dean, il dio della strada, finisce solo, logorato, abbandonato in una notte di New York. La libertà si rivela un altro nome dell’esilio. Chi non torna a casa non è solo un uomo libero: è anche uno che una casa non ce l’ha.
Ed è qui che Sulla strada dialoga con il nostro numero — per contrasto, non per conferma. Dove noi diciamo che il vagare corrode le viscere, Kerouac grida che il vagare è vita vera; e poi, sotto voce, ci dà ragione lui stesso. Il suo esule celebra ciò che il nostro esule patisce, ma entrambi cercano la stessa Casa mai raggiunta. Leggerlo oggi, a settant’anni di distanza, significa riconoscere che tra l’estasi della partenza e la ferita del non-arrivo corre una linea sottile — e che forse è la stessa strada, percorsa da chi ha deciso di chiamarla libertà anziché condanna.