Se lo cerchi razionalmente troverai risposte di un certo tipo, ma non sarai unito — con la testa per aria inciamperai ad ogni sasso.
Se lo cerchi solo col cuore tiene meglio, ma cadrai lo stesso perché non vedi oltre il naso.
Senza gambe dove vai? Solo cielo — strisci.
Se lo cerchi fuori di te, poi che te ne fai? Ti ribelli a lui per forza, ad un certo punto.
Se smetti di cercarlo e ti lasci andare, ogni tanto tirerai il freno, o ti bloccherai una gamba all’improvviso, o annegherai trasportato dalla corrente.
Se non lo hai mai cercato, la morte potrebbe toglierti il fiato di punto in bianco — e poi, di là, non capirai manco dove sei
“Chi se io gridassi mi udirebbe dalle folte schiere del cielo?” (R.M. Rilke, Elegie Duinesi, Prima Elegia)
Religioni, filosofie, spiritualità — tutti in ricerca di senso, qui e altrove, gettati senza permesso, gettati da esplorazioni di vite precedenti. Ha senso chiederci il senso del nostro essere qui? Ognuno trova il suo, ognuno non lo trova — tanto vale starci qui, anche se non ha senso. In questa terra, qui, ora. Immanenti e fenomenologicamente atterrati. Esperienza. Gioia e dolore. Il Senso — o quel senso tuo, piccolo e immenso, trovato nel quotidiano, nel sorriso di tuo figlio, o nella leccata del tuo gatto. In una mano che ti stringe o in un tramonto che ti addolcisce, negli occhi buoni di quel bambino che ti scrutano mentre gli dai da mangiare, nel vedere crescere una piantina, nell’abbracciare tua madre stanca dopo anni di liti, nel viaggiare e conoscere nuove genti… Ha importanza trovarlo?
Frankl lo ha trovato ad Auschwitz — dove il senso sembrava impossibile. («Tutto può essere tolto a un uomo a eccezione di una cosa: l’ultima delle libertà umane — poter scegliere il proprio atteggiamento in ogni determinata situazione.») Non fuori. Dentro. E ancora: («Non importa affatto che cosa possiamo attenderci noi dalla vita, ma importa, in definitiva, solo ciò che la vita attende da noi.») Non una risposta. Una responsabilità.
Il senso non si trova fuori. Non è nelle risposte giuste, non è in chi te lo indica. Jung lo sapeva: («Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.») Cercare il senso fuori di sé, senza prima fare i conti con chi sei, è cercare acqua in un pozzo asciutto. Il senso che non passa attraverso te non ti appartiene.
Cercare il senso è un lusso. Chi ha fame non si chiede il senso — si chiede da mangiare. Chi sta morendo, oggi come ieri, per potere e guerra, non si chiede il senso — si chiede di sopravvivere. Eppure — forse — proprio lì, quando tutto crolla, la domanda esplode più forte di tutte. Perché il senso non è una domanda intellettuale. È la domanda più umana di tutte.
Allora: il senso degli intellettuali è la voce di chi non la ha? O è la domanda di ogni essere umano che si chiede perché sono qui, a morire lacerato e soffrire?
Noi possiamo permetterci di cercarlo con calma, con i libri, con le parole, con esperienze pacate di vita “normale” — ma c’è normalità, in un trauma familiare? C’è normalità, nel lutto? C’è normalità, nella malattia?
E forse proprio per questo abbiamo un compito — urlarlo, scuoterlo, tenerlo vivo. Anche per chi non ha tempo di chiederselo. Anche per chi lo vive nel corpo, senza nomina.
D’altra parte, ci siamo, qui. Usiamolo bene questo senso. Incarnandolo, scopriremo quale sia — quel Senso che si nasconde a chi lo cerca e si rivela a chi vive.
Nietzsche lo urlava: («Restate fedeli alla terra e non credete a coloro i quali vi parlano di sovraterrene speranze.») Il senso è qui. Non altrove.
Gettati qui, senza permesso — troppo in ritardo per gli dei, troppo in anticipo per comprendere l’Essere. (Heidegger) Eppure qui. Eppure vivi. Eppure ancora a chiedere.
E questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte. (Nietzsche, La gaia scienza) Puoi dirle sì?