C’è chi dice che scegliamo quando morire, quando abbiamo compiuto ciò che dovevamo compiere. Io per lui non lo so, non mi arrogo questa sentenza. Posso conoscere solo me.
Normale per me, per la me di allora, già avvezza alla morte e al morire. Un percorso di vita e di amore il mio, con lui, nonostante le distanze emotive e caratteriali. Angelo della morte, allora, io.
Come se accompagnandolo alla morte dovessi capire qualcosa di più dell’amore e della vita. Ne avevo paura, tantissima. Eppure ci sono stata, ora dopo ora, giorno dopo giorno.
Dovevo fare qualcosa per quel padre che sentivo così vicino nell’anima e così lontano nella comunicazione. Ogni rituale – che per me allora non si chiamava certamente così – era un soffio della mia anima, un pensiero di cuore, un gesto di grande madre.
Ho sentito nelle ossa il suo cancro. Ho iniettato l’ultima fiala di morfina. Ho stretto la sua mano nell’ultimo respiro.
È stata la grande esperienza dell’immenso potere della vulnerabilità. Lì, la scintilla divina davanti alla totale impotenza.
Erano giornate dense, densissime di vita quelle. Ero talmente vicina alla grazia della vita che non c’era nulla che avrebbe potuto fermarmi. Sacerdotessa, curandera della morte.
Sono grata di aver potuto esserci in tutta la mia anima.
Sapevo perfettamente che stavo accompagnando entrambi. Lui verso chissà dove, me stessa a comprendere che davanti ad un altro ti devi fermare, devi sospendere il voler controllare tutto e accogliere chi hai davanti, con le sue impotenze e i non detti. Allora era troppo presto per me, oggi comprendo come fossero i miei primi grandi passi come traghettatrice, come esploratrice di confini.
Papà…