Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente
Un miracolo supplementare,
come ogni cosa:
l’inimmaginabile,
è immaginabile
La fiera dei miracoli, Wislawa Szymborska
Facciamo un gioco? Ci stai?
Si, si, dico a te che stai leggendo.
Questa non sarà una semplice lettura, sarà mettere corpo alle parole che troverai qui scritte.
Proviamo insieme a far si che le parole non solo abbiano eco nel cuore e nella pancia, ma che siano carne in movimento.
Per aiutarci ho selezionato delle musiche, sarà un’esperienza immersiva.
Se abbiamo stipulato un patto iniziale, partiamo.
Trova uno spazio comodo e siediti. Se riesci, metti le gambe incrociate.
Metti una mano sul cuore, l’altra sul ventre.
Chiudi gli occhi e fai tre respiri profondi, prima di continuare la lettura.
Inspira dal naso, espira dalla bocca senza aver paura di emettere qualsiasi suono, anche un suono sordo che accompagni il processo.
Non preoccuparti, io ti aspetto.
Ora riprova, questa volta abbracciati.
Mentre ti abbracci, respira consapevolmente e ad occhi chiusi, dondolati leggermente a destra e sinistra.
Fai attenzione al tuo peso, a come oscilla, quasi come un’onda del mare.
Lasciati trasportare da quell’onda interna, vivila e lasciati cullare.
Quando sei pronto, apri di nuovo gli occhi.
Ci siamo, ora siamo qui, presenti e vivi. Pienamente ancorati al qui ed ora, al respiro, al corpo appoggiato allo schienale e seduto, agli occhi che scorrono le parole, al suono che entra delicatamente e ci evoca emozione.
Siamo qui, dentro le nostre viscere, connessi ad una parte profonda di noi, quella con cui fatichiamo ad entrare in contatto.
È con lei che dobbiamo dialogare, è lei che dobbiamo ascoltare, è a lei che dobbiamo dare spazio.
Se ascoltiamo e la osserviamo bene, quella parte sarà in grado di condurci in un viaggio profondo e di scoperta del nostro sé.
È lei che ci consentirà di procedere con l’integrazione di quelle parti che abbiamo dimenticato, disprezzato, silenziato, nascosto. È lei che ci ricorderà che abbiamo rimosso tutto pur di poter sopravvivere ed essere funzionali ad una società che ci vuole costantemente occupati a fare, produrre, performare.
La rivoluzione sarebbe ribellarsi al linguaggio economico che si è impadronito di ogni aspetto del nostro essere, della cultura, della spiritualità e del vivere associato, ovvero di fare politica.
La rivoluzione, allora, si nasconde nel riappropriarsi dell’otium, di non divenire degli occupati, per dirla con Seneca, che fanno di tutto per distrarsi da loro stessi.
Sovraesposti alle stimolazioni esterne e chiusi in un narcisismo che mette costantemente in vetrina le nostre vite, lasciare spazio all’anima e alla trascendenza sembra comportare uno sforzo troppo grande.
Allora prova a prenderti per mano, scendi nel tuo buio, stai in quella caverna e ascolta il silenzio.
Puoi cominciare con delle visite tempestive, se quell’assenza di luce diventa difficile da gestire.
Gli occhi prima o poi si abitueranno all’oscurità. Ma non è necessario fare gli eroi e imporsi di stare laggiù, potremmo essere inghiottiti dalle tenebre.
Invece scendi e risali, con i tuoi tempi.
Il buio si può danzare, disegnare, trasformare in poesia: ma significa che non ne siamo più spaventati. Significa che abbiamo accettato la sua esistenza, che siamo pronti ad esserne trasformati, ad affrontare l’ignoto.
Quella discesa agli inferi è solo l’inizio dell’alchemizzazione del nostro sguardo sulla realtà e su chi siamo, su cosa vogliamo portare nel mondo.
Incontrare il buio è lasciarsi scuotere dall’Alterità, da ciò che è profondamente sconosciuto, ma proprio per questo pieno di meraviglia. Dalla possibilità, qualsiasi sia la nostra età, di lasciarsi stupire, perché il mondo così come lo interpretiamo e conosciamo, è solo frutto di costruzioni culturali e sociali, esattamente come la formazione del nostro fragile Sé.
Fermandoci e respirando, invece, sapremmo rispondere alla domanda “chi siamo?” oltre tutte le aspettative sociali e familiari, oltre le nostre aspettative che ci incatenano verso forse qualcosa che non ci appartiene.
Cosa ci fa vibrare e ci illumina? Cosa ci stupisce, appassiona?
Per poter rispondere con sincerità dobbiamo smantellare ogni maschera che abbiamo costruito per proteggerci, restare nudi, in quel buio, forse anche accovacciati, ascoltare il nostro inverno, prima di conoscere una nuova primavera.
Ah, e non pensiamo che sarà uno solo l’inverno da attraversare, la sfida sarà riconoscere che nel corso di questo viaggio conosceremo diverse morti e rinascite, che dovremmo essere pronti ad essere altro da quello che avevamo conosciuto.
Dobbiamo ogni volta imparare a ri-conoscerci ogni volta che il buio ci richiamerà: perché lì si annida la possibilità di diventare altro da quello che già esiste.
Ma non avere paura, pensa che quel nuovo volto di cui innamorarsi, sei tu: immagina di dover guardarti negli occhi, accettarti con stupore, guardarti per la prima volta.
Tieni ben ancorato lo sguardo, non avere paura, proprio come quando, davanti ad un amore, ci perdiamo nell’universo degli occhi di fronte a noi.
Accarezzati dolcemente e congratulati per esserti ritrovato.
Forse una lacrima solcherà una guancia, forse un pianto liberatorio verrà a bussarti dallo stomaco.
Lascia scorrere le emozioni, ma non smettere mai di meravigliarti delle tue trasformazioni.
Questa possibilità dischiude la meraviglia di osservare il mondo con occhi diversi, di accogliere l’immenso mistero dell’Altro che è insieme diverso da noi, ma profondamente simile e infine di abitare il mondo con una consapevolezza nuova.
Buona discesa