Numero cinque: Emergenza

L’equilibrio nell’urto

L’equilibrio nell’urto

Quando la crisi non è più solo rottura, ma possibilità

In Jóga, Björk mette in scena uno stato di emergenza che non coincide con il panico, ma con una forma intensificata dell’esperienza:
“This state of emergency / How beautiful to be / Is where I want to be.”

Non è una provocazione. È un rovesciamento di prospettiva.
L’emergenza non è più soltanto ciò che interrompe e destabilizza, ma ciò che espone, che rende più nitido il contatto con ciò che accade. Non un incidente da evitare, ma un punto critico in cui la realtà si mostra senza filtri.

Nel brano, il paesaggio emotivo — emotional landscape — non viene semplificato né ricondotto a ordine. Incidenti, coincidenze, fratture restano tali, ma trovano una forma di senso nell’attraversamento. E ciò che permette questo passaggio non è il controllo, ma la relazione: qualcuno che “vede ciò che nessuno vede”, con cui anche la vulnerabilità diventa uno spazio condiviso, non una debolezza da nascondere.

Nella vita quotidiana accade spesso l’opposto.

Abbiamo imparato a prevenire tutto, o almeno a provarci. Pianifichiamo, anticipiamo, controlliamo. Costruiamo sistemi di sicurezza — interiori ed esterni — che hanno un obiettivo implicito: evitare l’impatto. Ma così facendo evitiamo anche l’esperienza. Rimaniamo in una condizione di allerta continua, una sorta di emergenza attenuata che non esplode mai davvero e proprio per questo non trasforma nulla.

È una miopia preventiva: vede il pericolo, ma non la possibilità contenuta nella crisi. Riduce l’intensità per proteggersi, ma così facendo riduce anche la capacità di entrare in relazione con ciò che accade.

Questa dinamica non riguarda solo il singolo. Si riflette anche nel modo in cui leggiamo il tempo storico.

Giambattista Vico parlava di “corsi e ricorsi”: movimenti ciclici in cui le società attraversano fasi di sviluppo e crisi, per poi ricominciare. Non una ripetizione identica, ma un ritorno che potrebbe contenere apprendimento. Eppure oggi si ha spesso l’impressione opposta: le crisi si susseguono senza lasciare traccia. Cambiano le forme, non le dinamiche.

Il progresso continua, ma sembra non ricordare.
Avanza, ma non integra.

Così, anche su scala collettiva, l’emergenza diventa permanente. Crisi climatiche, economiche, sociali vengono trattate come eventi straordinari, quando in realtà rivelano qualcosa di strutturale. Si interviene per contenere, raramente per trasformare. Si gestisce l’urgenza, ma si evita il confronto con ciò che l’ha generata.

In questo senso, l’emergenza perde la sua funzione più radicale: quella di costringerci a vedere.

Jóga suggerisce un’altra possibilità. Non quella di cercare la crisi, ma di non sottrarsi quando arriva. Di non ridurla a rumore o a minaccia, ma di attraversarla come un momento di esposizione reale. Il riferimento allo “yoga” non è tecnico, ma evocativo: una tensione verso un equilibrio che non è statico, ma continuamente ridefinito. Una stabilità elastica, capace di assorbire l’urto senza negarlo.

Qui la crisi non è un errore del sistema, ma una sua rivelazione.
Un momento in cui ciò che normalmente resta implicito diventa visibile.

Un’intuizione che attraversa anche altri ambiti. In La nascita della tragedia, Friedrich Nietzsche descrive il momento dionisiaco come una perdita di forma che apre a una comprensione più profonda della vita. Non ordine, ma intensità. Non controllo, ma contatto diretto con ciò che eccede.

Allo stesso modo, in molta musica improvvisata — da John Coltrane a Ornette Coleman — è proprio l’instabilità a generare senso. Non qualcosa da eliminare, ma una condizione da attraversare.

Forse allora la questione non è evitare l’emergenza, ma imparare a non svuotarla.

Non anestetizzarla prima che accada.
Non gestirla soltanto quando arriva.
Non trasformarla in uno stato continuo che impedisce ogni cambiamento reale.

Ma riconoscerla per ciò che è: un momento in cui il paesaggio — interiore o collettivo — si rende visibile nella sua complessità.

E in cui, per un attimo, diventa possibile non solo reagire, ma comprendere.

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