Dalle cose, ho divorziato
Le compro, mi cadono, ne rompo
L’involucro e via
Nel cassonetto
Oppure le sposto e le trasloco
Di senso e di ruolo
Come un vecchio gioco
Cosi mi sento l’uomo più adatto a conquistare
L’assoluto non essere che
sono
(L’isola dei topi,
Alberto Bertoni)
A volte mi chiedo come si faccia ancora a svegliarsi senza sentirsi in apnea o senza scoppiare in un pianto fragoroso; come si faccia ad alzarsi ed effettivamente uscire dal letto, quel rifugio che ci ha avvolto e accompagnato in ore di incoscienza, silenzio e assenza di quel rumore assordante che abita continuamente il mondo.
Svegliarsi e dover essere, necessariamente. Assumere una forma, darsi un’identità, riconoscersi in un’etichetta.
Quanto sarebbe liberatorio poter vivere senza paura di non essere: potersi concedere la libertà della presenza senza aggettivi, dell’esistenza senza qualità.
Riempirsi dello stare senza direzione, imparare a so-stare senza farsi assalire dall’urgenza riempitiva del tempo.
Eppure, eppure, viviamo in bilico tra il bisogno di riconoscimento esterno e quello di ritrarsi dal mondo, la necessità di essere insieme e la paura di essere visti davvero nelle nostre mancanze e imperfezioni.
E in questo camminare su un filo appeso, in un precario equilibrio lontano dalla stabilità, se scorgiamo lo sguardo in giù, appare l’abisso, il nostro abisso.
Quello da cui cerchiamo di scappare, ma che sarebbe meglio osservare da vicino: quando ci richiama con echi e voci da Sirena, mentre ingloba con il suo nero ogni aspetto della nostra esistenza, quando ci induce alla disperazione e sembra che la follia si impossessi di noi, quando nel tentativo di nascondere il vuoto e il dolore induce al vomito. Piuttosto che guardarlo con occhi vividi e lucenti siamo pronti rigettarlo e strappare e perdere parti del corpo. Espellerlo e gridare sarebbe un atto di liberazione, eppure no, non lo è.
Inutile è tentare di fuggire e fingere che non esista. Soffocare il richiamo con eccessi che disorientano. Ottundere i sensi con lo stordimento volontario che sia di una sostanza, del lavoro, della ricerca spasmodica del piacere.
Quel vuoto, quello smarrimento mentre avanziamo incauti e ormai esanimi sul filo, è solo l’inizio di una nuova possibilità di ricerca. Il corpo parla nell’abisso: lo fa perché abbiamo smesso di dare ascolto all’anima. Oppure ne siamo spaventati: c’è un’immagine ben costruita da smantellare, un’identità da rompere, sogni e desideri che si fanno sbiaditi. L’anima chiede una nuova forma, o forse che sia ulteriormente denudata. Una libertà e un respiro che non si è mai concessa. Per farlo però, rende il corpo contratto, chiuso fetalmente, accolto nel ventre del grembo materno del mondo, dovrà passare ad una nuova rinascita e imparare a camminare, osservare le luce senza farsi abbagliare. Nel passaggio e nella caduta bisogna non lasciarsi prendere dalla paura di sprofondare, di non trovare appiglio tra le pareti, di perdere il respiro, di non riconoscersi più, non sapere come abitare concretamente il mondo, quale volto abbia.
Forse sarà la meraviglia a condurci oltre l’abisso. O meglio, lo stupore di sentirsi poi volontariamente rinascere, con il gemito e il dolore e la consapevolezza negli occhi di non solo essere tornati dall’abisso, ma averlo abitato e calpestato.