Numero Due: Black

Dove respira la tenerezza

Dove respira la tenerezza

Ci sono momenti in cui la vita diventa aspra. 
Non drammatica, non necessariamente tragica. Solo spigolosa, poco maneggevole, difficile da abitare. La tentazione è stringere i denti. Indurirsi. Diventare più funzionali, più veloci, più impermeabili. È quello che ci insegnano, sin da piccoli. Come se perdere la tenerezza fosse il prezzo inevitabile della maturità.

Ma la tenerezza non è fragilità. È una forma di presenza che richiede forza. Restare morbidi quando tutto spinge verso la chiusura non è istintivo: è una scelta.  Sapersi ascoltare, prestare attenzione ai segnali del proprio corpo e ai propri tempi interiori, non è qualcosa di automatico. È una capacità rara.

Tenerezza, in fondo, è il modo in cui scegliamo di stare con noi stessi quando qualcosa fa male.
Non per giustificarci, non per assolverci, ma per non aggiungere durezza alla fatica che già c’è.
È smettere di parlarsi con il tono che non useremmo mai con qualcuno che amiamo.
È restare presenti anche quando ci sentiamo inadeguati, lenti, confusi. Soprattutto lì.

C’è un’idea silenziosa, ma diffusa, secondo cui diventare adulti significhi smussare la sensibilità. Reggere, sopportare, non sentire troppo.
Come se la profondità emotiva fosse un lusso da adolescenti, non una competenza da coltivare. E invece, per chi sente molto, la vera sfida non è sentire meno, ma restare in contatto. Non anestetizzarsi. Non diventare cinici per autodifesa.

In questo senso, la tenerezza è una postura contro-culturale. Non consola. Non risolve. Non promette soluzioni rapide.
Tiene aperto uno spazio in cui l’esperienza può respirare, anche quando non è chiara, anche quando non è luminosa.

Crescere, forse, non significa diventare più duri.
Ma imparare a stare dentro ciò che è complesso senza perdere contatto con la propria sensibilità. Senza amputare le parti più percettive di noi per funzionare meglio nel mondo.

La tenerezza non addolcisce la realtà, la rende abitabile.
È ciò che permette di attraversare le fasi opache senza trasformarle in deserti interiori.

In certi giorni, la tenerezza assomiglia a una coperta che scivola sulle spalle, senza pensarci troppo o ad un tè caldo lasciato sul tavolo, dimenticato per qualche minuto, che ci ricorda di prenderci cura di noi stessi. Non cambia la stagione, non risolve il problema, ma permette al corpo di restare, di respirare, di non scappare dal freddo.

Forse, alla fine,  è questo il segreto: abitare il mondo così com’è, senza perdere ciò che ci mantiene umani.

WMagazine si co-crea con chi lo legge

Se questo articolo ti ha toccata, se qualcosa ha risuonato — o anche se ti ha disturbata, interrogata, messa in movimento — scrivimi.
Raccontami cosa hai sentito leggendo. Quali domande ti sono emerse. Dove ti sei riconosciuta.
Non cerco consenso, cerco dialogo. Educato, aperto, vivo.

Altri articoli

Quel muro nero che protegge il tuo cuore
Roberta Bailo
Quando cresci senza base sicura, e non lo sai neppure, è un vero casino.Scambi per protezione ciò che protezione non è mai stato e continui a camminarci dentro, credendo che...
Nel mezzo tra due, nasce un mondo
Concetta Negri
Quando due persone si incontrano, non arrivano mai sole.Portano con sé ricordi, voci dei genitori, amori finiti, promesse non mantenute, paure mai confessate. Arrivano con la versione di sé che...
Identità certe, solide e sicure
Roberta Bailo
Ma quando il mito della perfetta solidità, dritti come fusi, dell’integrità che mai vacilla – quando resta solo un mito?Nell’impermanenza e vacuità del vivere, in un mondo che sembra vacillare...