Viviamo in un tempo che rifugge l’idea della morte, atterriti ormai all’idea di perdere o di perdersi qualcosa.
Eppure non c’è tesoro alcuno che si possa afferrare senza aprire le mani.
Il mese di novembre appena trascorso, il mese “silenzioso” in cui il buio chiede spazio, è maestro in questo gioco del morire. In questo gioco che è assoluta verità in cui la natura tutta si fa eco e specchio del bisogno di lasciar andare, di volgersi all’interno. Di vestirsi degli occhi della fede e lasciarsi spogliare.
Con quanta grazia gli alberi si lasciano spogliare senza sapere se le foglie torneranno su quei rami. Con quanta grazia ci insegnano a stare nel buio che atterrisce perché ignoto, l’obbedienza di restare al proprio banco nella scuola della Vita.
Con quanta grazia la più umile creatura del bosco chiude gli occhi sotto cumuli di foglie cadute che solo il vento di una nuova primavera spazzerà via.
E sarà rinascita.
Perché è questo che siamo chiamati a fare: Rinascere. Ogni giorno.
E allora fine.
E allora inizio.
Solo aprire le mani.
Quante vite abbiamo già vissuto nella stessa pelle?
Quanti sogni abbiamo tessuto e cullato credendo che fossero loro stessi tessuto e culla di una vita che, semplicemente, abbiamo visto scivolare nello stupore di nuovi desideri?
Quante relazioni ci hanno lasciato inermi, svuotati nel fragore di una porta sbattuta rivelando, nell’eco del silenzio, un’altra voce che le nostre più intime paure avevano seppellito giù sotto cumuli di aspettative, di doveri, di abitudini?
Siamo il nostro presente.
La foglia che cade dall’albero non è morte ma trasformazione. È nutrimento per la terra che la accoglie, è riparo per quell’umile creatura.
La Vita Sa.
E forse è proprio l’umana resistenza la piccola morte di ogni giorno. La paura di guardarsi così, scomposti in mille coriandoli, che ci piega nello sforzo innaturale di restare aggrappati ai frammenti che cadono opponendosi alla trasformazione che solo l’Anima già vede. Alla verità che chiede soltanto fiducia.
Lasciar andare, lasciar precipitare quello che non serve più senza sapere altro è l’unico modo per tornare nudi. Tornare a respirare meraviglia. L’abbandono gentile di sentire in ogni foglia che cade il germoglio di nuovi respiri e non più sterile vuoto. Perché è proprio in questo spazio che la Vita crea, nella fiducia di lasciare l’illusione di se stessi per l’autenticità.
E allora fine.
E allora inizio.
E allora ben venga il lunedì, la pioggia che ci coglie all’improvviso proprio quando abbiamo messo i sandali e ci inzacchera i piedi, la prima rosa di maggio e quella felpa poggiata sulle spalle.
Ben venga ciò che è inaspettato. Che, anche dovesse ferire, una ragione ce l’ha. Oltre ogni inutile resistenza.
Che una fine è sempre, sempre, un nuovo inizio.
E allora, ad ogni inizio… bentornati.