Entriamo in una stanza che conosciamo da anni e ci sembra estranea. Camminiamo per una citta? in cui abbiamo sempre vissuto e qualcosa, impercettibilmente, non ci appartiene piu?. Oppure siamo dall’altra parte del mondo e basta l’odore del caffe?, una parola pronunciata con l’accento dell’infanzia o una canzone ascoltata per caso per restituirci, per un istante, la sensazione di essere a casa.
E? curioso come continuiamo a pensare che una casa sia un luogo, quando spesso e? una luce che entra da una finestra, il cigolio di una porta, il rumore di una scala percorsa migliaia di volte senza farci caso. Ci accorgiamo di cio? che davvero ci apparteneva soltanto quando smette di esserci.
Esiste un esilio che non attraversa frontiere. Si puo? diventare stranieri senza cambiare Paese, raminghi pur continuando ad abitare lo stesso indirizzo. E? in quel momento che il viaggio comincia. Non perche? abbiamo deciso di partire, ma perche? il luogo in cui siamo ha smesso, silenziosamente, di poterci abitare.
Le lingue, qualche volta, raccontano questa esperienza meglio di qualsiasi definizione.
L’inglese distingue house da home: la prima e? l’edificio, la seconda e? il luogo dell’appartenenza. Il tedesco compie un passo ulteriore con Heimat, una parola quasi intraducibile che tiene insieme il paesaggio, la lingua, la memoria, le radici e quella sensazione profonda di riconoscimento che ci fa dire: «qui appartengo».
House e? cio? che ereditiamo. Home e? cio? che impariamo a costruire. Heimat, invece, e? il momento in cui smettiamo di distinguere tra le due, perche? il luogo che abitiamo e quello che ci abita finiscono per coincidere.
Martin Heidegger scriveva che l’uomo non costruisce per poter abitare: costruisce perche?, in qualche modo, abita gia? il mondo. Abitare non significa semplicemente occupare uno spazio, ma entrare in relazione con esso. Una casa non e? soltanto il luogo in cui viviamo. E? il luogo che, poco alla volta, finisce per vivere dentro di noi.
Quando questa relazione si spezza nasce l’esilio. Pensiamo subito alle guerre, alle persecuzioni, alle migrazioni forzate. Ma esiste anche un esilio piu? silenzioso: si puo? restare nello stesso quartiere, nello stesso lavoro, nella stessa relazione e accorgersi, un giorno, che tutto cio? che ci circonda continua a esistere senza riuscire piu? a riconoscerci. E? qui che si separano le strade dell’esule e del ramingo. L’esule continua a portare con se? una casa perduta; il ramingo cammina verso una casa possibile. Il primo custodisce una memoria, il secondo una promessa. Entrambi scoprono che la casa smette di essere una certezza e diventa una domanda.
Questa domanda attraversa la storia dell’arte molto piu? di quanto sembri.
Quando Bob Marley registra Exodus durante l’esilio londinese seguito al tentato attentato subito in Giamaica, Babilonia smette di essere soltanto il sistema coloniale e Zion non coincide piu? semplicemente con l’Etiopia. Diventano due modi opposti di abitare il mondo. L’esodo non e? soltanto un allontanamento. E? il tentativo di ritrovare una dignita? capace di mettere radici ovunque.
Edward Said definiva quello dell’esule uno sguardo “contrappuntistico”: come accade in musica, prospettive diverse continuano a risuonare insieme senza annullarsi. E? forse questa la forma piu? profonda dell’appartenenza: riuscire a guardare un luogo anche da lontano, lasciando che la distanza aggiunga comprensione invece di sottrarre memoria.
Lo stesso accade a James Joyce, che deve lasciare Dublino per riuscire finalmente a raccontarla; a Joseph Conrad, che trova la propria voce in una lingua diversa da quella materna; a Steinbeck, che in Furore trasforma la migrazione delle famiglie americane in una riflessione universale sulla dignita?; a Picasso, che con Guernica dipinge la distruzione della casa prima ancora della distruzione della citta?; ad Ai Weiwei, che in Law of the Journey trasforma un gommone di profughi nell’immagine piu? potente della nostra epoca.
Esistono pero? popoli per cui il viaggio non rappresenta una ferita, ma una forma dell’abitare. La cultura romani? ricorda che la casa puo? coincidere con una lingua, una memoria condivisa, una comunita? che continua a muoversi senza perdere la propria identita?. Le musiche di Goran Bregovic? sembrano raccontare proprio questo: l’appartenenza non resta immobile. Cammina insieme alle persone.
Anche molti musicisti hanno dovuto perdere una casa per poterne costruire un’altra.
Quando Peter Gabriel lascia i Genesis non abbandona soltanto un gruppo di enorme successo. Rinuncia a un’identita? ormai definita. Solsbury Hill nasce da quella frattura. Gabriel racconto? di aver vissuto quella scelta come una chiamata irresistibile. «Grab your things, I’ve come to take you home.» Colpisce proprio quel home. Non dice semplicemente “parti”. Dice: “vieni, ti porto a casa.” Come se la casa autentica non fosse quella che stiamo lasciando, ma quella che il viaggio ci permette finalmente di riconoscere.
Con i Radiohead il viaggio assume una forma ancora diversa. OK Computer racconta un’umanita? che continua a vivere nello stesso mondo senza riconoscersi piu? in esso. In Subterranean Homesick Alien Thom Yorke sogna di essere rapito dagli extraterrestri per osservare la Terra da una distanza sufficiente a comprenderla. Qualche volta e? necessario uscire dalla propria casa per riuscire davvero a vederla: cambiare punto di osservazione significa cambiare il significato stesso delle cose. E?, in fondo, un po’ il contrappunto di cui parlava Said: solo osservando un luogo da un’altra prospettiva possiamo comprenderlo davvero, e comprendere, insieme a lui, anche noi stessi. In Exit Music (For a Film) la fuga diventa invece l’unica possibilita? di preservare la propria umanita?. Non si parte perche? si desidera un altrove. Si parte quando il luogo in cui siamo smette di poterci abitare.
Il viaggio, allora, non procede in linea retta.
Somiglia piuttosto a una spirale.
In un articolo precedente avevo provato a raccontare questa immagine attraverso la successione di Fibonacci: la crescita autentica non coincide con un avanzare rettilineo, ma con un continuo ritornare su ciò che siamo stati, ogni volta da una prospettiva diversa. Anche il pensiero occidentale sembra essersi interrogato sullo stesso movimento. Vico immaginava la storia come un alternarsi di corsi e ricorsi; Hegel vedeva nel ritorno il progresso dello Spirito; Nietzsche metteva radicalmente in discussione questa fiducia con l’eterno ritorno. Visioni profondamente diverse, accomunate però da un’intuizione comune: nessun ritorno coincide mai con una semplice ripetizione. Ogni ritorno conserva memoria del precedente e, proprio per questo, lo trasforma.
Forse vale anche per la casa. Non torniamo mai davvero nel luogo da cui siamo partiti: torniamo con occhi diversi.
Lo raccontano con straordinaria semplicità due canzoni che sembrano dialogare a distanza.
To Build a Home di The Cinematic Orchestra suggerisce innanzitutto che una casa non si trova: si costruisce. E costruire richiede tempo, pazienza, fatica. Ma il brano lascia emergere anche una verità più dolorosa: a volte la fatica non basta. Si può dedicare un’intera vita a edificare una casa e scoprire, quando un legame si incrina, che le pareti da sole non riescono a sostenerla. Perché una casa non si regge sui muri, ma sulla relazione che quei muri custodiscono.
Home dei Depeche Mode sembra rispondere a quella ferita con un’immagine complementare. Martin Gore scrive: «Thank you for bringing me here… finally I’ve found that I belong here.» Colpisce ancora una volta il movimento del verbo. Nessuno torna semplicemente a casa: qualcuno lo conduce fin lì. Quel here non ha coordinate geografiche. Potrebbe essere una persona, una riconciliazione, una fede, perfino una nuova consapevolezza di sé. Dopo tanto vagare, home smette definitivamente di essere un luogo e diventa un riconoscimento.
Istintivamente pensiamo che il contrario dell’esilio sia il ritorno.
Forse il contrario dell’esilio è riuscire, finalmente, ad abitare.
I Greci avevano una parola per raccontare questa esperienza.
Nóstos.
La traduciamo con “ritorno”, ma il suo significato è più profondo. Non indica semplicemente il rientrare nel luogo da cui si è partiti. È il ritrovare una casa dopo essere stati trasformati dal viaggio. È dalla stessa radice che nasce anche la nostra nostalgia: il dolore per un ritorno impossibile, perché nessun viaggio restituisce il mondo così com’era.
L’esule continua a camminare con il peso di una casa perduta. Il ramingo continua a camminare verso una casa possibile. Entrambi, però, finiscono per comprendere la stessa cosa: la casa non è il luogo in cui il viaggio finisce. È ciò che il viaggio, lentamente, finisce per costruire dentro di noi.