Ti sei mai persa in un bosco?
Io sì, tanti anni fa durante una passeggiata a cavallo.
Avevo deciso di non fare la solita strada per ritornare a casa, in maneggio: la conoscevo ormai a memoria, sapevo dove c’erano fronde basse, solchi nel terreno, cani che abbaiavano dietro le recinzioni, campi incolti da percorrere al galoppo.
E anche Bugia, la mia cavalla, la mia Saggia Ragazza come la chiamavo io, conosceva a memoria quella strada: sapeva quando trotterellare e abbassare la testa per evitare i rami bassi, su quale lato della strada spostarsi per non cadere nei buchi, dove scattare di lato quando arrivava il cane al cancello, in quale campo partire al galoppo pancia a terra per tornare nel box.
Era diventata la nostra solita strada, conosciuta, sicura, ma anche noiosa, prevedibile, automatica.
Quel pomeriggio feci una deviazione.
Bugia non voleva, lei amava la routine, non era ben disposta al cambiamento…il suo sistema nervoso da preda la mandava subito in allerta, la sua amigdala istintuale la teneva distante da ogni cosa nuova, da ogni pericolo. Così i suoi antenati erano sopravvissuti alla selezione naturale.
Ma non aveva molta scelta. Ero io che comandavo.
La nuova strada si addentrava nel bosco da una parte diversa dal solito però. Il paesaggio visto da qui aveva una nuova prospettiva. Entrambe eravamo attente e curiose di vedere cose nuove, nuove piante, nuovi fiori, magari qualche animale selvatico.
Girovagando a casaccio e completamente persa nel godermi il bosco d’estate, al calar del pomeriggio, dove tutto assumeva colori e contorni diversi, ad un certo punto mi resi conto che non mi orientavo più. Eravamo finite in una parte del bosco che non conoscevo.
Ci eravamo perse.
La meraviglia del nuovo, dell’inesplorato da conoscere e definire, era svanita all’improvviso.
Ora tutto era tremendamente uguale. Nessun albero riconoscibile, nessuna stradina nota, nessun punto nel cielo che mi facesse capire dove fossimo.
Non c’era nessuno. Solo io e Bugia.
Subito, lei riconobbe l’ansia che saliva in me, e per risonanza d’anima e di energia, iniziò ad agitarsi e a voler tornare indietro.
Provai allora a fare dietrofront, ma più ci muovevamo, più ci perdevamo dentro quel bosco.
Non sapevo cosa fare. Ai tempi non era consuetudine portarsi sempre dietro il cellulare. Un leggero alito di panico si stava insinuando nella mia mente, e iniziava a produrre pensieri intrusivi e fuorvianti, impedendo qualsiasi accesso della mia mente conscia nella ricerca di soluzioni valide e applicabili.
Alla fine, prima di cadere nelle grinfie inutili della paura, feci l’unica cosa saggia che potevo fare: lasciai le redini, che fino a quel momento avevo tenuto strette e sotto controllo, convinta di sapere esattamente ciò che era giusto per me, e dissi a Bugia:
“Riportaci a casa, mi fido di te”
E Lei, la mia Saggia Ragazza, affidandosi all’unica cosa che aveva, il suo istinto e il suo intuito, dopo aver annusato l’aria e nitrito al vento chiedendogli direzione, ci portò fuori dal bosco, dalla parte opposta.
Casa era lì vicino.
La solitudine, quella alchemica che ti cambia nel profondo delle cellule, per me è un bosco buio dove non hai più punti di riferimento. È quel perdere la via conosciuta per ritrovarsi in un luogo oscuro senza luce, dove l’unica compagna che hai è proprio la solitudine.
Lo cantava anche Dante nella Divina Commedia: “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la dritta via era smarrita”.
Anche nella letteratura moderna che narra ed esplora il risveglio femminile, la futura Donna Medicina si perde volutamente nel buio di una selva sconosciuta per imparare le lezioni trasformative che solo la solitudine può darle (“La Profezia della Curandera”, Hernàn Huarache Mamani).
Tutte noi, prima o poi nella nostra vita, ci perdiamo in un bosco.
Senza riferimenti, buio e solitario, dove c’è solo vuoto e silenzio, non c’è tempo e non c’è spazio. È un luogo inesplorato dentro di noi, che ospita tutto ciò che la mente cosciente non riesce o non vuole spiegare.
Nel bosco, soprattutto le prime volte, non ci vai in modo volontario e consapevole, come accade alle future Curandere durante il loro apprendistato: ci vieni buttata da qualcuno o qualcosa in modo brusco, rude, doloroso…o ti ci fa finire la vita quando ti mette all’angolo perché non hai saputo leggere i messaggi e i segnali che ti ha mandato lungo il tuo cammino.
Perché non ti sei fermata ad Ascoltare, ad Ascoltarti.
Nella tua solitudine, nel tuo bosco, non c’è nessuno a cui aggrapparti per non annegare, non c’è nessuno a cui dimostrare il tuo valore con tutte le cose che fai, non c’è nessuno da assecondare e compiacere per ricevere in cambio un po’ di attenzioni e amore sterile.
E non c’è nessuna mano tesa, nessuna Saggia Ragazza che ti può riportare a casa, come fece con me Bugia.
Ci sei solo tu.
Tu sei chiamata, in quel bosco solitario, a diventare la Saggia che, seguendo il suo istinto, si tende la mano e si riporta, da sola, a Casa.
Per questo, per me la solitudine è un atto di estremo Coraggio e Amore per te stessa.
È nello Stare e Abitare l’essenza della solitudine che hai la possibilità di lasciarti guidare dal tuo intuito e conoscere ogni tuo anfratto nascosto, lontano dagli sguardi esterni, dal giudizio altrui, dal perfezionismo con cui siamo state cresciute.
È lì, nella solitudine, che puoi incontrare il tuo Ego e offrirgli un aperitivo, per conoscerlo e ringraziarlo per tutto ciò che ha sempre fatto per te. E poi dargli il posto che merita, con rispetto. Ma non più al comando.
Nella solitudine è la tua parte Saggia che prende nuovamente le redini, annusa il vento e ti porta verso il tuo destino.
La Saggia che Sa, colei che Conosce ciò che per te è nutrimento o veleno. Quella Saggia e Selvaggia, autentica, che viene narrata con maestria e arte nelle storie e nelle leggende di “Donne che corrono coi lupi” e “La danza delle grandi Madri” (Clarissa Pinkola Estes). Colei che tende le mani al Cielo e affonda i piedi nella Madre Terra.
Io ora, dopo essermi persa più e più volte nel mio bosco oscuro, la mia solitudine la cerco consapevolmente. Ho imparato a riconoscere il suo potere alchemico nei momenti di confusione, quando sono davanti ad un bivio; ho imparato a sentire nel mio corpo il suo richiamo d’urgenza quando una nuova identità dentro di me chiede di venire alla luce; ho accolto la sua forma senza confini dove la mia libertà ha finalmente spazio per espandersi e ho fatto mio quel vuoto denso di significato che la solitudine porta sempre con se.
Nella solitudine, nel suo buio, ho trovato una Luce.
Una Luce oltre il buio.
Nella solitudine, ho ritrovato Me Stessa.