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Empatia: tra la parola che usiamo, il gesto che le corrisponde e il sentire che la nutre

Empatia: tra la parola che usiamo, il gesto che le corrisponde e il sentire che la nutre

Capita di accendere un telegiornale, scorrere un dibattito, leggere i commenti sotto una dichiarazione pubblica e notare una costante: l’avversario non viene quasi mai ascoltato, viene gestito. A volte con l’insulto, a volte con il silenzio educato che evita la domanda scomoda, a volte con un linguaggio così neutro da non dire più nulla. Non è chiaro se il tono del confronto pubblico sia davvero peggiorato o se sia solo diventato più visibile, più veloce, meno filtrato dai canali che un tempo mediavano il tono. Quello che alcuni ricercatori che studiano la cosiddetta polarizzazione affettiva osservano da tempo, però, è un dato più preciso: cresce meno il disaccordo sulle idee, che è normale, fisiologico, persino utile in una democrazia, e cresce di più l’incapacità di riconoscere chi sta dall’altra parte come un interlocutore legittimo. È un deficit specifico, che ha poco a che fare con l’intelligenza o la cultura, e molto con l’empatia: la capacità di restare in relazione con chi la pensa diversamente, senza bisogno né di zittirlo né di renderlo innocuo con un eufemismo.

Non serve andare lontano per vederne un’istantanea. Alla finale dei Mondiali di calcio da poco conclusasi, il presidente americano Donald Trump è rimasto al centro del palco durante la premiazione della Spagna, ripetendo un comportamento già avuto un anno prima con il Chelsea al Club World Cup: non si è spostato per lasciare ai giocatori il loro momento, monopolizzando inquadrature che non gli appartenevano. Sul terreno di gioco, pochi minuti prima, il centrocampista argentino Leandro Paredes aveva reagito a una provocazione afferrando per il collo uno spagnolo e scagliandosi contro un secondo, venendo espulso a partita già conclusa; la sua squadra, poco dopo, ha scelto di voltare le spalle alla premiazione degli avversari. Episodi diversi, contesti diversi, eppure con un tratto in comune: qualcuno che occupa uno spazio che non è suo, e qualcun altro che, non riuscendo a reggere una sconfitta, sceglie il gesto ostile invece del riconoscimento dell’altro. Non serve avere un’opinione politica per notarlo, basta guardare.

Anche chi osserva la politica italiana da una postura più filosofica, come Massimo Cacciari, torna spesso su un punto simile: non tanto la vivacità dello scontro, fisiologica in ogni confronto pubblico, quanto l’assenza di una cultura politica capace di sostenerlo, sostituita da un clima che lui stesso ha definito, in più occasioni, di odio più che di dialettica. Che si guardi allo sport, alla politica italiana o a quella internazionale, il sintomo che ricorre è lo stesso: l’altro smette di essere un interlocutore e diventa un ostacolo da abbattere o un fastidio da ignorare.

Da questo deficit, che riguarda la sfera pubblica ma si ritrova identico nelle stanze private, vale la pena partire per capire cosa sia davvero l’empatia e perché sia più facile parlarne che praticarla.

Esiste una condizione che permette di osservare questa domanda da un’angolatura particolare. È l’alta sensibilità, quella che la letteratura scientifica chiama sensory processing sensitivity e che trova nell’espressione highly sensitive person la sua definizione più diffusa. Non è un disturbo, né una moda diagnostica recente: è un tratto del sistema nervoso studiato da anni, utile a capire perché lempatia, quando è autentica, richieda energia e perché a volte quello che chiamiamo empatia sia soltanto il suo linguaggio, ripetuto senza il gesto che dovrebbe accompagnarlo; insomma un fare che, se resta un tanto per fare, nulla avrà a che vedere con l’empatia del sentire.

Il termine nasce dal lavoro della psicologa americana Elaine Aron, che ha studiato un tratto caratterizzato da una maggiore profondità di elaborazione degli stimoli. Chi presenta questa sensibilità tende a cogliere più dettagli, a registrarli più a fondo e a trattenerli più a lungo. Un rumore di fondo che per altri resta irrilevante può diventare informazione da processare. Uno sguardo appena più freddo del solito, in una riunione, non passa inosservato: viene notato, pesato, spesso rielaborato a lungo.

Aron stimava che questo tratto riguardasse circa il 15-20% della popolazione, con una distribuzione simile tra uomini e donne, e non lo considerava equivalente all’introversione. Esistono infatti anche persone altamente sensibili ed estroverse. Studi successivi, incluso il lavoro di Bianca Acevedo sulla risonanza magnetica funzionale, suggeriscono che in alcune persone altamente sensibili il cervello reagisca in modo diverso di fronte a stimoli emotivi, soprattutto nelle reti coinvolte nell’elaborazione delle emozioni, delle informazioni sociali e dell’auto-percezione. Non è una prova che “sentano di più” in senso assoluto, ma un’indicazione che il loro modo di elaborare ciò che accade intorno a loro può essere più intenso e più profondo.

Da qui nasce un’ipotesi che vale la pena esplorare, più che dichiarare come verità assoluta: chi elabora così tanto quello che accade intorno a sé può sviluppare una forma di attenzione emotiva particolarmente fine. La esercita ogni giorno, spesso pagandone il prezzo in termini di stanchezza. E proprio per questo può diventare, suo malgrado, un osservatore attento di quanto spazio l’ascolto reale trovi, o non trovi, nella vita quotidiana. Non è una prova, è una lente. Ma è una lente che vale la pena provare a indossare.

L’empatia, quella che comincia con una scossa interiore, un rispecchiamento e si traduce in un gesto concreto, raramente si vede nei momenti in cui viene invocata ad alta voce. Si vede, quando c’è, nei dettagli minimi che di solito nessuno racconta. E si nota, per contrasto, quando manca in situazioni che si potrebbero raccontare a decine, senza pretendere che siano statisticamente rappresentative: sono episodi, non un campione.

C’è il dirigente che decide di lasciare un’azienda non per lo stipendio, non per il carico di lavoro, ma per una frase detta al volo dal suo responsabile, dopo settimane difficili in famiglia: “qui il problema non si può portare, lascialo fuori dalla porta”. Difficilmente si tratta di cattiveria. È più spesso assenza di ascolto, la convinzione diffusa in molti contesti organizzativi che empatia significhi dedicare tempo e che il tempo sia sempre troppo poco per permetterselo.

C’è la coppia che arriva a un passo dalla separazione per anni di frasi lasciate a metà. Lei che racconta una giornata difficile, lui che risponde con una soluzione pratica invece che con una domanda. Spesso sono due persone che non si sono mai davvero ascoltate, perché nessuno gliel’ha insegnato e perché la fretta della vita quotidiana premia chi risolve, non chi resta in ascolto abbastanza a lungo da capire cosa ci sia davvero da risolvere.

C’è il ragazzo che in un colloquio di orientamento riassume la questione in una frase che vale più di molte teorie: “in famiglia mi ascoltano tutti, ma nessuno mi sente”. È la differenza che l’alta sensibilità mette a fuoco meglio di altre condizioni: ascoltare è un’azione, sentire è una disposizione. Si può esercitare la prima restando completamente estranei alla seconda e spesso non lo si fa con cattive intenzioni. Lo si fa perché nessuno ha mai insegnato la differenza.

C’è poi un fenomeno che chi ha una sensibilità allenata tende a notare con particolare disagio, ed è più difficile da giudicare in modo netto di quanto sembri a prima vista: l’empatia trasformata in linguaggio di status.

Il lessico della terapia è uscito dagli studi degli psicologi ed è entrato, con una frequenza che chiunque frequenti i social può constatare, nei post, nelle didascalie, in certi ambienti aziendali. Si parla di confini, di trigger, di spazio sicuro, a volte con consapevolezza reale, altre volte come formula, come se nominare un concetto equivalesse ad averlo integrato. Così capita di vedere un’azienda pubblicare un comunicato di vicinanza a una categoria in difficoltà e, nello stesso periodo, gestire una riduzione del personale senza colloqui individuali. Capita di vedere un profilo condividere con solennità un pensiero sulla fragilità umana e poi restare indisponibile a qualunque domanda scomoda arrivi dalla vita reale.

Non è necessariamente ipocrisia calcolata. È spesso qualcosa di più sottile: la sostituzione dell’esperienza con il suo simbolo. L’ascolto, in molti contesti professionali, si è trasformato anche in una procedura. Non è un male in sé. Esistono aziende che formano i propri responsabili all’ascolto attivo con indicazioni pratiche: mantenere il contatto visivo; riformulare l’ultima frase dell’interlocutore; lasciare spazio prima di rispondere. Utile, se resta un punto di partenza per costruire una competenza. Meno utile, se diventa l’unico strumento, perché rischia di trasformare una relazione in una sceneggiatura da rispettare più che in un incontro da abitare.

Chi ha un sistema nervoso allenato a percepire le incongruenze tende a riconoscere questa differenza in modo quasi fisico. Percepisce quando un “ti capisco” è un tecnicismo relazionale e quando è un atto autentico, pur sapendo che questa percezione resta soggettiva e può sbagliare. Forse è proprio in questa capacità di distinguere, imperfetta ma allenata, che l’alta sensibilità, spesso derubricata a fragilità, si rivela una risorsa, prima ancora che individuale, collettiva.

Nella mitologia greca Chirone è un centauro diverso dagli altri: saggio, maestro di medicina e portatore di una ferita che non guarisce mai del tutto. Proprio da quella ferita, che lui stesso non riesce a curare, nasce la sua capacità di curare gli altri. Jung ha ripreso questa figura per parlare dell’archetipo del guaritore ferito: l’idea che spesso è proprio il punto più dolente di una persona a diventare, se attraversato e non negato, una competenza autentica.

Non è un caso che tante persone impegnate nella relazione d’aiuto abbiano alle spalle una storia personale di sofferenza rielaborata. Ma sarebbe una scorciatoia pericolosa idealizzare il dolore o suggerire che soffrire renda automaticamente empatici. Non è così. Il dolore può anche diventare difesa, cinismo o chiusura. A volte anche disperazione.

Il punto è un altro: l’empatia che si traduce in gesto raramente nasce da una formula. Più spesso nasce da un attraversamento, personale oppure osservato da vicino, che non si può velocizzare né simulare. Chi ha imparato a reggere il proprio sentire senza scappare tende poi a reggere anche quello degli altri senza l’ansia di doverlo risolvere. Ed è forse questo il nodo che vale la pena portare alla luce: non manca necessariamente la parola empatia, se ne usa parecchia. Manca, più spesso, la capacità di restare, senza intervenire, senza sistemare, senza pubblicare nulla, nello spazio scomodo in cui un altro essere umano sta semplicemente mostrando come sta.

Forse la domanda utile non è come diventare più empatici. Ma quante volte, nell’ultima settimana, si è lasciato che qualcuno finisse una frase senza offrire subito una soluzione, un parallelismo con la propria esperienza o un consiglio non richiesto?

L’alta sensibilità non è la risposta al problema, ed è essa stessa un tratto che costa, in termini di stanchezza e di confini da difendere ogni giorno. Ma osservarla da vicino restituisce un termine di paragone utile per chiedersi quanto, nella vita ordinaria, l’ascolto trovi ancora spazio. E forse la prima forma di empatia da recuperare non è quella da esibire, ma quella più elementare: il silenzio necessario perché l’altro possa davvero sentirsi sentito.

Non si chiede a una squadra sconfitta di esultare per la vittoria altrui. Basterebbe una presenza silenziosa di rispetto, ma non solo verso l’altra squadra, in primis avendo una postura empatica verso sé stessi: verso la frustrazione che si sta attraversando, accettando e sapendo abitare quanto di spigoloso appartiene all’animo umano.
Di sicuro, poi, questo porterebbe ad avere politici centrati sulle emozioni e sulle loro manifestazioni rispetto a quelli che oggi occupano la scena mondiale.

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