Numero otto: Solum, Soli, Solo

La solitudine come “metodo”: viaggio tarologico tra crepe e risvegli

La solitudine come “metodo”: viaggio tarologico tra crepe e risvegli

Diogene di Sinope viveva in una botte e possedeva solo una ciotola, finché non vide un bambino bere l’acqua con le mani, e gettò via anche quella. Non era ascetismo. Era un esperimento filosofico radicale: scoprire cosa rimane di un uomo quando gli togli tutto tranne sé stesso. Partendo proprio da questo personaggio che muove i suoi passi, in pieno giorno nel mercato dellagorà, tenendo una lanterna accesa alla ricerca della Verità e dellUomo, proviamo a immaginare un viaggio iniziatico nella solitudine: un percorso custodito dagli Arcani Maggiori dei Tarocchi.

Per risonanza archetipica, è impossibile non riconoscere in Diogene l’ombra del nono Arcano maggiore: L’Eremita. Questa figura con la lanterna in mano sembra disegnata proprio su quell’uomo che camminava tra la folla, cercando qualcuno che fosse davvero sveglio. Nellimmaginario collettivo, l’Eremita rappresenta la saggezza della ricerca interiore, la coscienza che si accresce attraverso le peripezie dellesistenza. Diogene incarnava questo archetipo nella sua versione più scomoda. La sua botte non era una fuga, era un posizionamento nel mondo. Una postura che non cercava consenso e non costruiva muri per proteggersi. Era presenza totale a sé stesso.

Gli Arcani, tuttavia, sono custodi anche del mondo delle ombre, di quelle parti di noi con cui vogliamo fare poco i conti. Con questa mappa tra le mani, il nono Arcano ci avvisa di una trappola psichica in cui l’uomo contemporaneo cade sempre più spesso, incamminandosi su sentieri diversi che conducono alla stessa fortezza d’avorio.

Il primo è il sentiero di chi sceglie di rimanere solo per difendersi. Ci si isola in compagnia del proprio monte egoico– intellettuale o morale – guardando il mondo con sdegno e liquidandolo come mediocre o incapace di comprendere la propria complessità. È il vicolo cieco di coloro che si sentono furbi, al di sopra di tutti, e che spesso finiscono in un delirio di prepotenza.

Il secondo è il sentiero del rumore collettivo. È la via di coloro che si omologano, convinti di esistere solo se vengono visti e apprezzati. Corrono e si agitano senza muoversi mai davvero. Il loro isolamento è ancora più profondo: si separano dal richiamo del proprio daimon – lo spirito di un destino unico e speciale.

Entrambi i sentieri conducono allombra dell’Eremita che oggi possiamo definire con una parola sola: afasia. L’isolamento che nasce da un drammatico analfabetismo emotivo.

Viviamo in un tempo schizofrenico. Da un lato, ci viene fornito un vocabolario iper-sviluppato per definire il successo, la performance e la “resilienza” – termini sradicati dalla psicologia del profondo in favore del mantra: Presto, guarisci e segui questo schema, entro dieci sedute sarai aggiustato. Dallaltro, assistiamo a un impoverimento espressivo,

all’assenza di pensiero critico e di capacità di sintesi: quel vuoto cognitivo che la sociologia definisce analfabetismo funzionale.

Tutto questo sistema ci ha privati di una grammatica della lentezza, di un linguaggio capace di raccontare il crollo.

Così, quando entriamo in crisi profonda e avvertiamo che una luce nuova sta cercando di filtrare attraverso le nostre crepe, ci accorgiamo di non avere le parole per dirlo. Molti ne restano vittime, inaridendosi in unafasia della parola che diventa afasia dellanima. Ci si anestetizza dal dolore con la droga del momento: il lavoro compulsivo, liperattività, lo sport ossessivo, l’alto funzionamento. Ci viene proibito di stare male. Dobbiamo agire, reagire, dimostrare. Cosa si debba dimostrare, in questo delirio performativo, resta da capire. Il risultato è che ci si indurisce, fino a trasformarsi in uomini di pietra. Alcuni si ridestano dallo shock; altri rimangono statue.

Chi rifiuta questa pietrificazione, o si risveglia da essa, finisce per isolarsi. Non per senso di superiorità, ma perché la lingua parlata dal mondo – fatta di positività finta e di efficienza a tutti i costi – è diventata incomprensibile, estranea, insostenibile. Il mantello dell’Eremita diventa un esilio forzato. Ci si chiude nel silenzio per il timore che nessuno sia in grado di reggere il peso della nostra verità. Oppure, come tendenza sempre più diffusa, si preferisce aprirsi a unAI, che sembra capirci meglio di una persona reale, della quale non si può mai prevedere cosa possa riversarci addosso di sé.

Questa illusione di poter sopravvivere in un eremo muto è destinata a infrangersi contro la spietata energia del sedicesimo Arcano: La Torre.

Il simbolo raffigura una costruzione artificiale coronata da un emblema regale, improvvisamente colpita da un fulmine che ne squarcia la cima, facendo precipitare nel vuoto le figure umane che vi si nascondevano. La Torre rappresenta lo schianto sul solum, il terreno nudo della realtà. È il momento in cui un evento di rottura – un licenziamento, un tracollo affettivo, una crisi d’identità – distrugge le finzioni linguistiche e spoglia l’uomo di ogni titolo, ruolo e alibi.

Ma è qui che accade qualcosa che, ancora una volta, la nostra cultura anestetizzata non sa più nominare: il tempo del fango. Non la caduta come preludio immediato a un trionfale riscatto, ma una condizione che chiede di essere abitata. Chi riesce a stare in quel vuoto senza fuggire nella lamentela, o nella ricostruzione affrettata di una nuova maschera, scopre una verità architettonica inaspettata: sotto le macerie non c’è il baratro. C’è il suolo. E il suolo regge.

Il crollo della Torre è un battesimo necessario in cui l’orgoglio tace e le vecchie parole perdono senso. Il fango di quel solum lava via i nostri vestiti di scena, lasciandoci, per la prima volta, autenticamente nudi. Nudi sì, ma finalmente interi.

E la prima reazione a quando ci si sente così esposti per la prima volta è la vulnerabilità: verso gli altri ma anche a vedersi come si è davvero. Assomiglia a come si viene alla vita, strillando. Quella prima boccata d’aria che invade e contamina per sempre la nostra esistenza è il nostro “YAWP” – per disturbare il grande maestro Walt Whitman – che torniamo a urlare ogni volta che siamo nudi davvero. Ma quell’aria è anche la consacrazione di un passaggio, di una trasformazione in cui ci radichiamo a piedi nudi sulla terra, smettendo di essere alla mercede di un tubo verde teso verso l’altro.

Il momento richiede di abbracciarsi, di dirsi “so-stare” accanto a me per quello che sono, il coraggio di portarsi senza pretesa di “fare”, continuando a osservarsi in questa nuova veste di nudità.

È da questa nudità terrena che si accede al passaggio governato dal ventesimo Arcano: Il Giudizio.

La carta mostra un angelo nei cieli che suona una tromba, il cui richiamo risveglia figure spogliate di tutto che emergono dalle tombe, unendo le mani. Il Giudizio è l’archetipo della vocazione ritrovata e della parola restituita. Ma attenzione: non è la voce di prima, lucida e compiacente, quella che si esibiva nei contesti sociali per cercare approvazione. È una lingua nuova, che sa di terra, nata proprio nel fango della Torre. Una voce che ha smesso di voler convincere e ha iniziato semplicemente a dire.

La vera risoluzione della solitudine non consiste nel tornare nella mischia fingendo di essere invulnerabili. Consiste nel comprendere che non siamo monadi isolate, ma esseri capaci di riconoscerci nella stessa, comune nudità emotiva. Il richiamo della tromba non è un invito al trionfo personale, ma alla connessione autentica. È la disponibilità a usare la propria voce sfregiata per rompere il silenzio; non per insegnare agli altri come si vive, ma per ascoltarli. Perché ogni essere umano che incrociamo è un’isola che ha attraversato il suo crollo privato, quasi sempre in apnea, senza le parole per raccontarlo. Il ponte tra queste isole non si costruisce esibendo i propri successi. Si costruisce ammettendo la propria caduta e scoprendo, in quell’ammissione, che l’altro annuisce.

Quando Alessandro Magno si parò davanti alla botte di Diogene e gli chiese cosa desiderasse in dono, il filosofo non chiese oro, né gloria, né che il mondo finalmente lo capisse. Rispose soltanto: “Spostati, mi stai togliendo il sole”.

Quello che rimase era la solitudine. Non come mancanza, ma come metodo. Non come fallimento relazionale, ma come atto sovversivo nei confronti di un mondo che confonde il rumore con la vita.
La solitudine autentica, alla fine di questo viaggio immaginario, si rivela allora non come odio per il mondo, ma come la serena, incrollabile consapevolezza che nessun potere esterno può restituirti la luce che hai trovato al buio del fango.

È in quella oscurità che si impara a lasciar illuminare le proprie zone d’ombra attraverso le crepe, a chiedere aiuto e a scoprire che gli altri si trovano sui medesimi sentieri fallibili. Ci si può unire, allora, in una catena solidale. Sapendo, tuttavia, che è solo nella solitudine del proprio cuore – mai isolato – che si nutre il sole del proprio amorevole giudizio. E che, alla fine, ci si salva insieme: quando si trova il coraggio di guardarsi nudi, ognuno nel proprio eremitaggio.

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