Inciampiamo spesso nelle parole, e a volte è proprio l’inciampo ad aprire una fessura in una nuova realtà.
Una parola ben costruita può spiegare e mettere un certo ordine, oppure farci sentire per un momento al sicuro dentro la sua definizione. Ci son poi le parole strane, irregolari, che ci costringono a guardare con più attenzione.
La solitudine del nostro tempo si dimena tra regole, confonde definizioni e si siede comodamente tra la folla ignara del suo richiamo. Ha imparato ad apparire impegnata, efficiente, sociale, a tratti persino interessante. Risponde ai messaggi, mette un cuore sotto una fotografia, manda vocali mentre cammina, partecipa a riunioni e torna a casa con quella sensazione sottile di un non so che di vuoto. In quel muoversi intorno e dentro, qualcosa però rimane appeso all’attesa.
C’è una parola bellissima che sembra nata per raccontare questa condizione: isolitudine. Tiene insieme l’isola e la solitudine, il mare e il confine, la protezione e la distanza. Nasce per descrivere l’esperienza di chi vive dentro una terra circondata dall’acqua.
Eppure, appena la pronunci, si allarga subito oltre la geografia. Perché ognuno di noi, in certi momenti della vita, diventa un’isola, a volte abitata e fertile, altre più simile a uno scoglio battuto dal vento.
Mi piace questa parola – isolitudine – perché racconta del nostro tempo: possiamo essere sempre in contatto con gli altri e continuare a sentirci lontani; vivere dentro un flusso continuo e custodire comunque una parte di noi circondata da un mare invisibile di paure, pudori, vergogne e chissà cos’altro.
Mi viene da pensare che l’isolitudine sia una delle esperienze più fraintese dell’essere umano. La trattiamo spesso come una mancanza, come se la persona che l’attraversa portasse addosso il segno di un qualche fallimento. Guardiamo chi pranza in compagnia del proprio silenzio o chi cammina senza qualcuno accanto, e con una rapidità quasi automatica lo immaginiamo triste e solo.
Eppure esiste un’isolitudine che nasce da una profondità che appartiene alla struttura stessa della vita. Non ripudia l’amore e il coinvolgimento. Ma quello spazio rimane personale, una terra da coltivare con le nostre mani. Ne abbiamo bisogno durante una crisi e nei passaggi importanti della vita, quando parti di noi son pronte a morire per rinascere.
Descritta così l’isolitudine acquista una dignità differente e diviene una condizione umana, quasi filosofica, un confine vivace tra noi e il resto del mondo, che ci fa da promemoria per ricordare che siamo fatti di relazioni e responsabilità.
Tutti abbiamo un nome, una memoria, una voce, un destino che chiede di essere riconosciuto. Ed ecco che l’isolitudine in questo senso diventa il luogo in cui smettere di confonderci completamente con lo sguardo degli altri, e cominciare a domandarci chi siamo quando nessuno ci definisce.
Un’isola alla fine racconta proprio questo: da una parte protegge offrendo un perimetro entro cui riconoscerci; dall’altra ci mostra il mare, il limite, la distanza da ciò che sta oltre. Chi vive dentro un’isola sa che questa ambivalenza è una continua oscillazione, dove una parte desidera essere custodita mentre l’altra cerca il largo.
Nella modernità del nostro tempo, siamo diventati bravissimi a raggiungerci e meno allenati a incontrarci. Possiamo parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo in un secondo e seguire la vita di centinaia di persone, eppure molte conversazioni sembrano passare sulla superficie delle cose come barche leggere su un mare profondo.
Le città sono arcipelaghi abitate da persone vicinissime separate da pareti sottili: tavolini dei bar dove ognuno guarda il proprio schermo mentre beve qualcosa accanto ad altri esseri umani immersi nello stesso gesto. È una scena quasi teatrale, se ci pensiamo. Tutti insieme, occupati, tutti in qualche modo esposti, e dentro questa esposizione cresce la fame di essere visti e ascoltati davvero.
La nostra epoca ha confuso il contatto con la connessione. Ci si sente partecipi e distanti, presenti e dispersi, circondati da non si sa bene cosa, eppure in cerca di un varco. E allora ecco che l’isolitudine diventa il segnale, quella fiamma ardente che sembra dire “torna qui a respirare nella vita reale”.
Succede che la vita a un certo punto ci inviti a sederci accanto a ciò che più temiamo e a restare, lasciando che la solitudine parli con la sua lingua scarna e potente, per scoprire che proprio lì c’è una qualche forma di intimità che avevamo scordato.
C’è un’immagine che mi accompagna mentre penso all’isolitudine come terra del ritorno. Vedo una persona che cammina su un terreno scuro dopo la pioggia. Intorno c’è silenzio e radici e foglie. A ogni passo il piede sente il suolo, e quel suolo risponde.
La persona cammina in compagnia del proprio respiro, dentro una quiete che le permette di sentirsi a casa. La terra, la memoria, il cielo, il corpo, la vita.
A volte l’isolitudine guarisce così, riportandoci alla base, al fondamento, alla materia prima dell’esistenza. Può diventare acqua immobile intorno a una terra oppure un mare navigabile. Dipende dalla qualità dello sguardo, dalla cura con cui custodiamo il nostro confine, e dalla disponibilità sincera di trasformare la difesa in ascolto.
Stare nell’isolitudine può diventare un’arte, ed è questa la grande possibilità nascosta dentro il nostro tempo, così pieno e così affamato. Se smettiamo di usarla come prova della distanza dal mondo e cominciamo a viverla come ritorno alla nostra terra interiore, la compagnia degli altri smette di essere un rifugio e si trasforma in scelta.
Abbiamo bisogno di parole nuove, di sguardi più ampi e di una grammatica capace di tenere insieme il dolore e la possibilità. E ogni volta che abbiamo il coraggio di tornare a noi, la solitudine rinvigorisce e si prepara a ricevere nuovi passi.