Per me la solitudine è assenza di rumore.
Uno spazio necessario.
Un diritto al silenzio.
Nei luoghi di meditazione c’è la possibilità di mettere una targhetta attaccata alla maglietta con scritto: silenzio.
La persona si muove nello spazio dove ci sono altre persone ma non interagisce, forse ascolta ma non parla.
Credo sia uno stato di grazia non dover dire, rispondere, dare pareri e consigli.
Può essere anche una grande sfida.
Nella vita fuori dai centri di meditazione la storia è molto diversa: voler rimanere in silenzio è diventato qualcosa da giustificare, e viene visto come un problema emotivo o psicologico da risolvere.
Viviamo nell’epoca della connessione permanente.
Siamo costretti a essere raggiungibili ovunque, in ogni momento.
A causa del lavoro, e delle nuove abitudini radicate dalla comunicazione super veloce, la presenza è diventata disponibilità costante.
E c’è una regola implicita: bisogna rispondere, e se non si risponde è mancanza di rispetto, o disinteresse.
Ammetto che io stessa sono stata e sono ancora vittima, a volte, di questa regola.
Perché un messaggio di risposta ci porta via pochi secondi, un minuto al massimo, è vero, ma ci sposta.
Sposta la nostra attenzione da dentro a fuori e, a volte, rispondere a un semplice messaggio WhatsApp vanifica la nostra meditazione, il nostro stare dentro di noi, il nostro ascolto interiore.
E questo succede costantemente per la maggior parte di noi.
Il rumore non si ferma mai.
Ogni spazio vuoto viene immediatamente riempito: notifiche, video, messaggi, contenuti, opinioni.
È un po’ come entrare in una stanza dove qualcuno ha usato troppo profumo: dopo un po’ diventa invadente.
Non perché sia cattivo in sé, ma perché non è una scelta, viene imposto.
E quando non scegli ciò che respiri, ciò che ascolti o ciò che assorbi, anche il piacevole può trasformarsi in disturbo.
Riusciamo ad autoregolarci?
A mettere dei limiti all’essere raggiungibili?
Forse abbiamo perso la capacità di stare soli nel silenzio.
Soli nel silenzio è diverso da soli e basta.
Possiamo essere soli ma essere continuamente raggiunti da rumori e conversazioni.
Soli nel rumore assordante, non è solitudine nutriente.
Per me il silenzio è una forma di autoregolazione.
Molti la vedono come un fallimento: se stai da solo, se non vuoi ascoltare o parlare, significa che c’è qualcosa che non funziona.
Non sei abbastanza socievole, non ti metti in gioco, non hai costruito abbastanza relazioni.
Ci hanno insegnato che una vita piena è una vita piena di persone.
Che uscire equivale a vivere.
Che stare da soli equivale a perdere qualcosa.
Eppure, mi chiedo se non stia accadendo il contrario.
Restiamo mai soli abbastanza da incontrarci davvero?
Oggi si parla molto di salute mentale, burnout, sovrastimolazione, dipendenza da schermi, ansia sociale.
Ma quando nessuno ci cerca, come ci sentiamo quando il cellulare rimane in silenzio?
Riesci ad essere Peter Parker, o vorresti indossare i panni di Spider-Man in ogni momento?
Forse la vera libertà è riuscire ad essere Peter Parker senza il bisogno di mettere il costume da Spider-Man.
Ed essere una sfigata, o uno sfigato, felice.
La solitudine, quando è scelta, offre questo privilegio: non dover rendere conto a nessuno.
Non confrontarsi continuamente.
Esistere senza performance.
C’è un silenzio poetico che nasce da questo stato. Così creativo e nutriente.
È poter dire: adesso non voglio più assorbire nulla.
La meraviglia di potermi ascoltare e capire chi sono io quando nessuno chiede la mia attenzione.
Forse una vita più limpida nasce proprio da qui: dalla possibilità di scegliere una solitudine silenziosa.
Il bello di essere Peter Parker invece di Spider-Man.
Forse il problema non è che abbiamo paura della solitudine.
Forse abbiamo paura del silenzio e di incontrare ciò che resta quando tutto il resto si spegne.
Eppure, credo che lì ci sia qualcosa di prezioso.
Qualcosa che abbiamo dimenticato.
La libertà di esistere senza essere continuamente raggiunti.
La libertà di non dover essere sempre qualcuno.
La libertà di stare bene anche quando nessuno ci cerca, senza sentirci non amati per questo.
E forse il lusso più grande del nostro tempo non sarà avere di più.
Sarà riuscire ad avere meno.
Meno rumore.
Meno stimoli.
Meno bisogno del riconoscimento altrui.
Per ritrovare finalmente qualcuno che abbiamo trascurato troppo a lungo…
Noi stessi.