C’è un tipo di solitudine che non nasce dall’assenza di qualcuno. È la solitudine di chi è in mezzo tra due versioni di sé, di cui una non esiste già più e l’altra non esiste ancora.
L’identità non è una casa che si abita una volta per sempre, fissa nella sua disposizione. È piuttosto una casa che non smette mai di essere riarredata: gli stessi mobili, le stesse stanze, ma spostati, rimessi in un altro ordine, con pezzi che escono dal centro del salotto e finiscono in una stanza sul retro, e altri che dal retro vengono finalmente portati avanti. Il momento in cui i mobili sono a metà strada, sollevati, non ancora posati nel nuovo punto — quello è dove abita questa forma particolare di solitudine: quella che si sente quando una versione di sé lascia il centro della stanza e ancora non si sa bene dove andrà a stare.
—
Bisognerebbe smettere di pensare alla transizione come a un’eccezione che capita a chi cambia lavoro, città, genere, fede, corpo, e cominciare a vederla come la condizione di fondo di ogni identità che sia viva. Non esiste un’identità compiuta che poi, per qualche evento eccezionale, entra in crisi e si rimette in movimento. Esiste solo un movimento continuo, lento e silenzioso come l’invecchiamento di una cellula, oppure rapido e visibile come una rivoluzione personale che ha un nome, una data, un prima e un dopo.
L’identità che ci viene insegnata a desiderare: solida, coerente, capace di rispondere sempre allo stesso modo alla domanda “chi sei”, è un’invenzione utile alla società, non certo una descrizione di come funzioniamo davvero. È la fotografia di un fiume, scattata per fingere che il fiume sia fermo. Ma il fiume non si è mai fermato.
Chi si occupa di identità lo vede ogni giorno: la richiesta più frequente non è “aiutami a diventare qualcun altro”. È sotto sotto “aiutami a smettere di odiare la persona che sto già diventando, perché non riconosco più chi ero, e ancora non riconosco chi sto diventando, e in mezzo a queste due non-riconoscenze mi sento sola in un modo che nessuno mi aveva avvertito potesse esistere”.
C’è una solitudine ordinaria, quella che capita quando manca qualcuno. Ma c’è una solitudine più sottile, che capita quando manca una versione di noi stessi, e nessun altro, per quanto presente, per quanto amorevole, può colmare quel vuoto, perché non è uno spazio tra noi e l’altro. È uno spazio dentro l’unico luogo che dovrebbe essere sempre abitato: noi stessi.
Si lascia andare un modo di pensare, un ruolo, un corpo che si è stati, un nome che ci chiamava in un certo modo, e in quel lasciare andare, chi resta a fare compagnia a chi sta abbandonando? Nessuno. Perché chi dovrebbe fare compagnia — almeno così ci sembra — è proprio la parte che si sta dissolvendo. Sarebbe come chiedere a chi sta morendo di vegliare sulla propria morte: la richiesta non ha un soggetto capace di soddisfarla.
Non si può attraversare un cambiamento identitario reale senza passare per un tratto di strada in cui non si è più la persona di prima e non si è ancora la persona dopo. In quel tratto non esiste compagnia che basti, perché il problema non è relazionale. È ontologico. Manca, per un tempo, un “io” abbastanza stabile da poter essere accompagnato.
Dentro l’idea di “abbandonare pezzi di sé” c’è però un’imprecisione che rischia di complicarci molto la vita se non la si affronta. Si tende a immaginare la transizione come una sostituzione: un io che esce dalla porta, un io nuovo che entra dalla finestra. Ma le versioni di noi non si scambiano per intero. Si ricompongono. Gli stessi ingredienti, in proporzioni diverse: ciò che prima era in primo piano — un certo modo di proteggersi, un certo bisogno — passa sullo sfondo, e ciò che prima era sacrificato, appena percepito, si fa avanti. Non è morte. È redistribuzione. Anzi a voler essere realmente precisi si tratta di “integrazione”.
Quasi nulla, dentro una transizione, viene perduto per sempre. Quella rigidità che si pensava di aver superato, quella paura travestita da carattere, non sono state eliminate. Sono state spostate più indietro, dove pesano meno, dove non guidano più ogni decisione. Restano lì, parte della composizione, patrimonio, pronte a tornare in primo piano se le circostanze lo richiederanno. Il lutto che si fa, durante una transizione, non è per qualcosa che muore, è per un certo ordine che smette di valere, per una gerarchia tra le proprie parti che si scioglie per lasciarne formare un’altra.
Ed è proprio in questa integrazione che avviene mentre si rimescolano parti, paradossalmente, che si tocca qualcosa che non si muove mai. Sotto ogni configurazione possibile, sotto ogni gerarchia che i propri sé assumono e abbandonano, c’è un’essenza che non cambia composizione, perché non è fatta della stessa materia dei sé che la attraversano. È quella che resta identica quando tutto il resto si ridispone. Nei momenti in cui una transizione spinge a fondo, oltre ogni ruolo, oltre ogni versione provvisoria di sé, capita di toccarla direttamente: non di pensarla, di entrarci in contatto pieno. In quei momenti la solitudine semplicemente non si presenta, perché a quel livello ci si accorge che non si è mai stati soli: si è in contatto con ciò che si è sempre stati, senza il filtro di nessuna versione provvisoria. E quel contatto, finalmente senza intermediari, è già una forma di compagnia che nessun’altra persona avrebbe potuto offrire.
La presenza degli altri, durante una transizione, conta moltissimo, e può essere la differenza tra una transizione che distrugge e una che trasforma. Ma conta come cornice, non come contenuto. Gli altri possono stare fuori dalla porta, possono tenerla aperta perché non si chiuda per sempre. Quello che non possono fare è entrare nella stanza dove la ricomposizione avviene, perché quella stanza, quando si tocca davvero l’essenza che sta sotto ogni sua versione, scopre di non aver mai avuto bisogno di nessun altro per non essere vuota.
Si può quindi passare la transizione intera a fuggire da questa solitudine, riempiendo il vuoto con rassicurazioni esterne, con la fretta di “arrivare già da qualche parte”, con il bisogno costante che qualcuno confermi chi si sta diventando prima ancora di averlo capito da soli. È una fuga comprensibile. Quella terra di mezzo, dove non si è più chi si era e non si è ancora chi si sarà, è scomoda, a volte spaventosa, raramente affascinante a una prima vista.
Ma c’è chi, prima o poi, smette di correre verso l’altra sponda e si ferma in mezzo al fiume, per una specie di fiducia che arriva solo dopo aver esaurito ogni scorciatoia possibile: e se questa terra di mezzo, invece di essere il problema, fosse il luogo dove si può entrare davvero in relazione con chi si è? Non l’eccezione dolorosa tra due idealizzate stabilità, ma il punto in cui qualcosa di vero si lascia finalmente incontrare, perché era sempre stato lì, sotto il rumore e la paura.
Questo non rende la solitudine della transizione meno solitudine. Resta, spesso, un luogo difficile, in cui si è davvero soli a se stessi prima di poter essere, in un modo nuovo, in compagnia di sé. Ma cambia statuto: da vuoto da riempire al più presto diventa lo spazio necessario in cui i pezzi che si stanno ridisponendo trovano il permesso di muoversi senza che nessuno debba sostituirli subito con qualcosa d’altro.
E l’unico vero modo di attraversare questa solitudine è imparare a starci dentro abbastanza a lungo da scoprire chi resta, quando ogni configurazione provvisoria di sé smette per un istante — pur sempre a tempo determinato — di parlare più forte delle altre. Quella presenza di fondo non ha mai smesso di esserci, anche quando era coperta dal rumore di un io che reclamava il primo piano. È rimasta lì, in mezzo al fiume, a tenere compagnia a se stessa mentre la vecchia gerarchia si scioglie e la nuova non si è ancora formata.
Restare, soli, a se stessi, senza nessuno che possa entrare in quella stanza, è forse il vero segreto per trovarsi, e per questo, finalmente, non sentirsi più soli.