Poche cose riescono ad avere una risonanza universale quanto la paura ancestrale intrinseca all’essere umano di restare solo al momento della fine; d’altra parte l’uomo sembra essere progettato biologicamente per la vita in comunità ed è naturale che la paura dell’essere abbandonati dal branco, alla mercè dello spietato mondo esterno, sia profondamente radicata nel nostro subconscio.
Ma penso che i tratti che caratterizzano questa antica e profonda angoscia dell’animo umano forse siano addirittura più profondi: la nostra è una paura in primis di entrare in contatto con noi stessi, senza filtri, cerchiamo ossessivamente di riempire ogni spazio vuoto pur di non ascoltare i nostri pensieri più reconditi; se la paura di restare soli è il retaggio biologico di un antenato che nel branco trovava la sopravvivenza, la paura di restare soli con se stessi è invece il retaggio di un uomo che teme la verità. La transizione verso una maturità autentica risiede quindi nel trasformare la solitudine subita verso la solitudine scelta.
Dell’idea di scegliere la solitudine è stato discusso in moltissimi testi, dagli albori della storia umana, a partire dalla mitologia greca, dove vediamo l’archetipo della Catabasi riproporsi più volte: l’idea della discesa nell’Ade che rappresenta il momento di isolamento estremo e allo stesso tempo quello in cui si forgia davvero la resilienza dell’eroe.
Anche la tradizione cristiana tratta ampiamente la scelta della solitudine, ma stavolta non come un momento di crescita e di tempra mentale, ma come un vero e proprio modo di vivere: quello del primo monachesimo cristiano, il termine greco μοναχός indica infatti “colui che è solo” o, meglio ancora, “colui che è intero” poiché è proprio attraverso la solitudine che l’asceta trova davvero la sua essenza, è proprio in essa che risiede la sua identità, e in questo modo il monaco si connota non come un uomo che rifugge i rapporti con le altre persone e la comunità, ma come qualcuno che ha smesso di delegare ad essa la propria identità.
Infine mi viene in mente la dicotomia dell’Esilio e il Regno di Camus, dove l’autore affronta la solitudine non come uno stato di stasi, ma come una condizione dinamica, di passaggio: è lo spazio liminale che separa l’esilio (la separazione dal senso, dall’altro, da se stessi) e il regno (una possibile, seppur precaria, riconciliazione); in questa raccolta infatti l’esilio non è necessariamente un viaggio fisico lontano da casa; è spesso una distanza interiore che il protagonista percepisce rispetto alla propria vita o alla società. I personaggi della raccolta infatti sono spesso incompresi: non riescono più a comunicare o a condividere i valori del proprio ambiente, tutti i personaggi sembrano subire una profonda impossibilità d’appartenere alla propria comunità. Il “regno” subentra nel momento in cui il personaggio camusiano riesce a smettere di cercare conferme esterne, di imporre il proprio Io o di lamentarsi della propria sorte, avviene un contatto.
È il momento in cui l’uomo si riconcilia con la terra, con la natura o con un gesto di solidarietà umana improvviso e inaspettato: nel racconto L’ospite, ad esempio, il protagonista Daru vive una solitudine drammatica: è esiliato sia dai coloni francesi che dagli insorti arabi. La sua “crescita” consiste nell’accettare questa solitudine totale per compiere una scelta morale, anche se questa scelta lo condanna all’isolamento. La solitudine diventa quindi la condizione necessaria per mantenere la propria integrità morale.
Sintetizzando, la paura della solitudine che noi istintivamente proviamo è, in realtà, la paura di non sapere chi siamo quando il “rumore” del branco cessa.
Il monachos è colui che ha attraversato l’angoscia, il terrore di restare a contatto con il proprio inconscio e ha scoperto che, una volta superato quel filtro, non c’è il vuoto, ma la propria essenza. La solitudine cessa di essere una minaccia di morte (l’esclusione dal branco) e diventa l’unica condizione di pienezza dell’essere.