Ontologicamente soli e per questo potentemente alti, connettibili, fieri.
C’è una fierezza e potenza nella solitudine che spesso ignoriamo. Ci permette di uscire dalla fusione con il grembo materno e finalmente percepirci e differenziarci. Solo così possiamo diventare quell’io che potrà incontrare un altro io. Quando siamo preda della solitudine ce ne dimentichiamo. Scordiamo la bellezza di essere monadi che possono solo così entrare in scambio con altre monadi e costruire nuove realtà. Leibniz chiamava monadi queste unità indivisibili — sole, senza finestre verso l’esterno, eppure capaci di riflettere l’universo intero.
Dimentichiamo che solo così possiamo percepirci. Uscire dal grembo, per atterrare nella solitudine, ci permette di individuarci, di diventare indivisi e quindi integrati e potenti, di sentire e percepire il nostro confine e trascenderlo. Solo se soli possiamo arrivare a tanta altezza. Uno strappo doloroso, certo, ma inevitabile, pena la morte. Ci hai mai pensato?
Se non fossi solo cosa saresti? Saresti molliccia appendice di qualcuno, in preda alle altrui decisioni e bizzarrie. Zero libertà, zero possibilità di aperture.
Kohut lo sapeva: solo un Sé coeso può incontrare l’altro senza dissolversi in lui. Un Sé non individuato cerca nell’altro non un incontro ma uno specchio, una protesi, una fusione.
La solitudine è una soglia. Non una condanna, non una meta — un passaggio. Chi la attraversa consapevolmente ne esce individuato. Non diviso, ma unito, integro, compatto. Quella compattezza che è frutto di milioni di cellule e parti interiori che, dialogando, hanno trovato il loro centro. Chi la subisce senza abitarla resta sospeso, in attesa di qualcuno che lo completi.
Nell’intimità del rapporto con noi stessi, quando si fa silenzio, possiamo cogliere le verità più alte, dialogare con le nostre profondità. Ma non siamo solo monadi erranti. Abbiamo fondamentale bisogno degli altri per scoprirci e per creare quella relazione a cui tanto aneliamo. Due interi che si incontrano e creano un nuovo intero. Due interi che diventano tali grazie proprio alla relazione, alla connessione, allo scambio, allo scontro. Ecco che allora la solitudine diventa terreno abitato e abitabile, forza di incontro. In una danza continua tra silenzio e apertura — l’una impossibile senza l’altra.