Numero cinque: Emergenza

Fuori trama: l’emergenza della connessione

Fuori trama: l’emergenza della connessione

 “Sometimes I dream about reality…
Sometimes I feel so gone…
Sometimes I feel so lonesome…
This world go crazy — it’s an emergency.”
— Manu Chao, Mr. Bobby
 
“È un’emergenza.”
Lo sentiamo ovunque.
Lo ripetiamo continuamente.
Lo respiriamo.
Ma quando tutto è emergenza, l’emergenza perde significato.
Diventa rumore.
Diventa abitudine.
Diventa il nostro modo di stare al mondo.
Viviamo in uno stato di allerta permanente.
Siamo tesi.
Sempre pronti a reagire.
Sempre sul punto di difenderci.
Sussultiamo al minimo rumore.
Ci irritiamo per un tono di voce più alto.
Il corpo si prepara alla difesa, anche quando non c’è nulla da cui difendersi.
È come se l’emergenza fosse diventata il nostro clima interiore.
Ma esiste un’altra emergenza, più silenziosa e più profonda.
È l’emergenza della connessione perduta.
Un tempo la comunità era una rete.
La famiglia stessa era una rete di sostegno.
I problemi si condividevano.
Le difficoltà si distribuivano.
Il peso si alleggeriva attraverso la relazione.
Oggi la famiglia è diventata spesso un nucleo chiuso.
Piccolo. Intimo.
Ma anche isolato.
Molte tensioni restano dentro il perimetro domestico.
Non vengono condivise.
A volte non vengono nemmeno nominate.
E dove manca la parola, cresce l’interpretazione.
Dove manca la condivisione, cresce il peso.
E ciò che potrebbe essere compreso, si trasforma in distanza.
Quando la comunicazione si interrompe, il legame si assottiglia.
E a volte si finisce per vedere nell’altro — proprio nella persona più vicina — un ostacolo invece che un sostegno.
Non perché l’amore sia finito.
Ma perché la trama si è indebolita.
Quando la rete si ritira, resta il filo singolo.
E il filo singolo si spezza più facilmente.
Camminiamo così fuori orbita.
Fuori trama.
Come se non appartenessimo più a un disegno comune.
Eppure dentro di noi resta una memoria antica della famiglia come luogo di accoglienza.
Una traccia profonda che ci porta ad aspettarci presenza, anche quando non la chiediamo.
Forse ricordiamo, senza saperlo, che la vita è relazione.
Quando questa consapevolezza si perde, tutto diventa emergenza.
Perché se non ci sentiamo parte di una rete, ogni problema diventa individuale.
E quando tutto ricade su di noi, tutto sembra insormontabile.
Anche le crisi più grandi.
Non perché le emergenze non esistano.
Esistono, e spesso sono drammatiche.
Ma proprio per questo richiederebbero qualcosa che stiamo perdendo: la capacità di sentirle davvero.
Sentire non significa semplicemente sapere.
Non basta essere informati, non basta leggere un titolo o ascoltare una notizia.
Sentire significa lasciare che ciò che accade nel mondo trovi uno spazio dentro di noi.
Significa non restare impermeabili.
E farsi carico non significa risolvere tutto.
Non significa salvare il mondo da soli.
Significa riconoscere che ciò che accade ci riguarda.
Che non siamo spettatori, ma parte dello stesso tessuto.
Farsi carico è un gesto interiore prima ancora che esteriore.
È non voltarsi dall’altra parte.
È non ridurre tutto a rumore di fondo.
È permettere che una realtà lontana smetta di essere lontana.
Forse è proprio questo che oggi manca:
non l’informazione, ma la risonanza.
Perché senza risonanza non c’è movimento.
E senza movimento non c’è responsabilità.
E così, anche di fronte alle emergenze più grandi — guerre, fame, crisi climatiche — rischiamo di restare immobili.
Non per indifferenza consapevole, ma per disconnessione.
Tempo fa, attraverso un gemellaggio, ho conosciuto una famiglia che vive in Karamoja, una regione dell’Uganda. Lì l’emergenza non è una parola astratta, ma una realtà quotidiana.
Eppure, parlando delle rispettive difficoltà, ho ricevuto una frase che ha cambiato la mia prospettiva:
“Se ce l’abbiamo fatta noi, con i nostri mezzi limitatissimi, voi non solo potete farcela. Dovete farcela. Anche per noi.”
Uno schiaffo e una carezza insieme.
Uno schiaffo, perché ridimensiona molte paure.
Una carezza, perché restituisce responsabilità e fiducia.
Forse il mondo sembra davvero impazzire.
E quell’eco continua a dirci che è un’emergenza.
Ma l’emergenza non è solo fuori.
È nella distanza che abbiamo creato.
È nella connessione che si è allentata.
È nella trama che abbiamo smesso di tessere.
E finché continueremo a vivere come se fossimo separati — dagli altri, dalla comunità, dalla natura — ogni crisi sembrerà un allarme senza fine.
Ma forse il mondo non è impazzito.
Forse sta solo aspettando che torniamo a ricucirlo.
La vera emergenza non è il mondo che impazzisce.
È quando smettiamo di sentirci parte del mondo.

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