Vento di Levante
Soffiava il vento di Levante quella notte, ne sono certa perché sferzava da est.
Si accaniva con ferocia su finestre e battenti, lo sentivo entrare in casa, lo sentivo tra i capelli mentre cercavo di coprirmi il più possibile, ma il freddo arrivava da dentro.
Erano giorni che gli rimanevo accanto, e quella notte non mi sentii di lasciarlo.
Se ripenso a quel periodo mi chiedo dove sia riuscita a trovare la forza per rimanere in piedi.
Solo poche settimane prima riuscivo ad alzarlo dal letto, mi prendevo cura del suo corpo, gli preparavo la colazione, gli lavavo il viso e gli pettinavo i capelli. Gli piaceva, lo rilassava.
Nei pomeriggi più tranquilli mi aprivo e gli raccontavo di me come mai avevo fatto prima.
Non ero certa se ascoltasse davvero, né se comprendesse le mie parole, ma continuavo a parlargli lo stesso. Non avevo mai avuto il privilegio di conoscerlo veramente, se non grazie ai racconti di mia madre. Lo conoscevo dal punto di vista degli altri, per come altre persone avevano interagito con lui.
Quella notte lo osservai lottare contro chissà quali mostri, chissà quali paure.
I suoi occhi erano aperti, ma non vedevano, erano lontani chissà dove, mentre colpiva l’aria con i pugni chiusi e muoveva le gambe come se volesse scappare, respirando come se avesse corso per chilometri, e forse in qualche modo li aveva percorsi davvero.
«Sono io», gli dicevo prima di avvicinarmi per controllare l’ago della flebo, c’era sempre il rischio che mi arrivasse un gancio destro. Quando si lotta non si guarda in faccia a nessuno.
Tirò pugni fin quasi all’alba, e poi si fermò, respirava a fatica, sempre più lentamente e, mentre se ne andava, il vento di Levante si calmava fino a smettere.
Non è facile per me scriverti questa storia, ci ho pensato a lungo, mi sono anche consultata con una cara amica, e lei mi ha consigliato di scrivere, e lasciare che accadesse ciò che doveva accadere.
Mi sono chiesta anche a chi fosse utile il mio racconto, ma forse non importa nemmeno questo.
Tuttavia, sento di doverti raccontare una cosa che ho compreso, e che per me ha un grande valore…
Il processo della morte: preparazione e trasformazione
La morte ci prepara alla morte, credo ci sia un’intelligenza divina che mette a posto le cose.
A parte la flebo reidratante, non gli davamo nessun medicinale. E, nella sua ultima settimana, ha potuto attraversare vari stadi che definirei naturali.
Il primo passo credo sia stata la resa, poi la meditazione profonda, in seguito la pulizia interiore del corpo dove ha lasciato andare gli scarti e i liquidi. A quel punto, era pronto per sistemare tutti quegli IO rinnegati e indesiderati, ecco che i suoi mostri si sono presentati uno ad uno, ha lottato per dodici ore consecutive. Infine, il ritorno al centro, la pace profonda, il ritorno alla meditazione prima di lasciare il corpo.
L’eredità e la presenza che resta
Mi commuovo sempre quando penso a lui, eppure, anche se non c’è più da quattro anni (il 5 dicembre è l’anniversario della sua morte), io lo sento.
Ogni volta che soffia il Levante lui è con me, ora è il Signore del Vento, ha solo cambiato forma, tutto qui.
Mio padre mi ha istruita col suo vivere, senza parole o discorsi, e il suo ultimo insegnamento è stato il più importante: la morte.
Ora so quali stadi precedono la morte. Credo si possa morire anche continuando a vivere: potrebbe essere un cambiamento importante, un avvenimento destrutturante, una forte crisi, uno stato di grande smarrimento, una perdita.
Ora so che dopo l’iniziale paura e contrazione, devo arrendermi e pulire il mio corpo, solo a questo punto posso guardare in faccia i miei mostri, tutti quegli io che ho rifiutato e, finalmente, ritornare allo stato naturale della meditazione per nascere nuova da vecchia.
È un processo di accoglienza, d’amore profondo. In questi momenti arriva il vento, anche una leggera brezza sul viso, e so che mio padre è con me. E mi ricordo come fare.