Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, le lacrime sono la sua silenziosa espressione.
Non tutte le lacrime sono l’espressione di un dolore, infatti l’atto di produrre e rilasciare lacrime è una risposta ad un’emozione.
Si piange per un dolore fisico o per una sofferenza emotiva, per la perdita di una persona cara. Ci sono lacrime di tristezza, di dispiacere, ma anche di rabbia, di frustrazione, addirittura di gioia! E ci sono lacrime trattenute, mai versate e queste sono le più pericolose per la nostra salute psicofisica.
Secondo alcuni ricercatori la composizione chimica delle lacrime è diversa a seconda che ci sia un coinvolgimento emotivo o un semplice meccanismo di protezione per l’occhio, ad esempio dal freddo o dal vento o quando sbucciamo una cipolla.
Le lacrime emotive, come espressione di una emozione di dolore conterrebbero livelli più alti di ormoni, neurotrasmettitori e altre sostanze legate allo stress, come il cortisolo e la prolattina.
Attraverso le lacrime il corpo si libererebbe, quindi, di sostanze che, in quantità eccessive, potrebbero risultare dannose, per cui, quando blocchiamo le lacrime, ci teniamo dentro una carica tossica.
Per fortuna che negli anni il connubio pianto = debolezza è andato via via sciamando, ma c’è rimasto ancora un piccolo nocciolo che vedo spesso durante i seminari: le persone si scusano delle proprie lacrime.
Ci si vergogna di piangere per pudore, per non pesare sugli altri, perché ci si sente inadeguati, senza notare che le persone intorno sono pronte ad accogliere quelle lacrime poiché sono le stesse per tutti.
Non sono le lacrime emotive o emozionali che spaventano e imbarazzano, ma l’emozione che le genera.
Un lutto, una separazione, un cambio radicale sono tutte situazioni e dolori che per essere elaborate e sanate hanno bisogno delle lacrime. Quando queste vengono soffocate, si soffoca anche quel dolore che viene rilegato e chiuso in un angolo del nostro essere, ed è proprio quello che spaventa, poiché una parte di noi sa che, se lasciate andare è come rompere gli argini di una diga e il dolore potrebbe travolgerci. Questa paura “ricaccia” le lacrime indietro che iniziano ad intossicare il corpo e i pensieri, facendoci entrare in un pericoloso circolo vizioso.
La mitologia, ma ancor prima lo sciamanesimo, parlando di lacrime, conosce il potere terapeutico delle lacrime attraverso il mito della Fenice, la cui leggenda narra avessero immensi poteri curativi, essendo in grado di guarire una persona da qualsiasi ferita, fisica o psichica, anche in punto di morte.
Indipendentemente dalle varie leggende che circondano il mito della Fenice, a partire dall’origine del suo nome o delle sue modalità di morte e rinascita, moltissimi lignaggi sciamanici ne tramandano l’essenza.
Il simbolismo è pressoché comune da popolo a popolo, ovvero un uccello maestoso, dalle piume vivaci capace di sfiorare il sole fino a fondersi con esso per poi rinascere più bello e più saggio.
Il simbolismo di morte e rinascita della Fenice è perfettamente rappresentato nella Ruota di Medicina nella direzione dell’Est, del nascere del sole. Questa direzione rappresenta però anche la fine di un ciclo (la notte) e insieme l’inizio di uno nuovo (l’alba), ecco perché è considerata una “doppia porta”.
Tutta la Ruota di Medicina con la sua ciclicità e con il suo simbolismo abbraccia perfettamente l’energia della Fenice. Alcuni antropologi pensano che il ricordo di un uccello di fuoco possa essere legato ai numerosi vulcani che in epoca remota dominavano la vita sulla terra, portando distruzione e fertilità, ma soprattutto i vulcani custodivano il sacro fuoco da cui dipendeva la luce e la vita.
I vulcani sono state tra le prime divinità riconosciute universalmente, infatti ancora oggi per alcuni lignaggi, Nonno Fuoco “parla” attraverso le bocche dei vulcani. Per altri popoli il vulcano è invece la voce di Madre Terra mentre per altri è la forza che porta verso Padre Cielo.
Per comprendere meglio l’energia della Fenice, occorre quindi collegarla ai vulcani anche quando si parla di viaggi sciamanici.
Molti sciamani e praticanti usano come principale accesso ai regni sciamanici, un albero, detto anche Axis Mundi o Albero Cosmico. La seconda figura più popolare che collega i tre Regni è il vulcano che, essendo direttamente collegato alla Fenice, non solo fa di essa il collegamento tra i Regni sciamanici, ma diviene un ulteriore collegamento tra la ciclicità del viaggio dell’Anima (nascita-morte-resurrezione).
Ecco perché le sue lacrime sono associate allo scioglimento delle conflittualità interiori e alla cura delle ferite dell’anima, rappresentando quindi la capacità di superare le difficoltà e le sofferenze emotive, portando a una nuova consapevolezza e rinascita.
Piangere diviene quindi un atto di coraggio, un dono che facciamo a noi stessi, ma anche un dono che facciamo a chi abbiamo accanto poiché è come dire “mi fido di te. So che le accoglierai senza giudizio e senza paura e così facendo mi farai da specchio fino a quando anche io sarò capace di accoglierle senza paura e senza giudizio.”
Quindi, se da una parte ci vuole coraggio ad affidare le proprie lacrime, ci vuole coraggio anche ad accoglierle. Che cosa c’è di più bello che sentire la frase “piangi pure, sono qui”. È una frase di amore, sostegno e coraggio, poiché vuol dire mettersi al servizio e dimenticare per un attimo se stessi.
Ahimè a volte può capitare di sentire “dai su, non piangere, non fare così”. In questi casi purtroppo il disagio non è di chi piange, ma di chi accoglie. Ci vuole coraggio a non sentirsi travolti dal dolore altrui, ecco perché a volte si cerca di smorzarlo.
Le lacrime quindi aiutano a disintossicare il corpo fisico e la mente, aiutano a superare le fasi del lutto in modo fisiologico, sciolgono blocchi e tensioni, diminuiscono i livelli dell’ormone dello stress aumentando i livelli di endorfina e ossitocina (generando sensazione di benessere), sono un dono per chi ci è accanto (io mi fido di te).
Accogliere le lacrime altrui scaturisce emozioni di compassione e gratitudine, aumentando la vibrazione del cuore.
Piangere insieme può essere un momento catartico per tutti, poiché chi aiuta e chi è aiutato finiscono col non distinguersi più in un reciproco aiuto e cura.