Numero uno: La Morte

Quando muoiono parti della nostra anima

Quando muoiono parti della nostra anima

“La perdita dell’anima è un meccanismo di sopravvivenza. Di fronte al trauma, una parte della nostra essenza o forza vitale lascia il corpo per sopravvivere all’esperienza.” — Sandra Ingerman

Quando muoiono parti di anima, muoiono davvero. Nelle nostre vite – troppi traumi, dolori immensi – pezzi della nostra luce se ne vanno. Via, da un’altra parte, lontano da questa presenza insostenibile. L’anima si frammenta.

La nostra luce se ne va per protezione. Per troppo dolore. Ma noi ce ne andiamo con lei, un pezzetto per volta. Accade quando capiamo – o quando il corpo capisce per noi – che non c’è posto per tutto ciò che siamo. Per il nostro entusiasmo. Per la gioia di vivere. E continuiamo raminghi, senza luce negli occhi. O solo ogni tanto, a sprazzi, come lampi in una notte lunghissima.

L’ho vissuto mille volte nella mia vita: non solo quel ciclico Vita/Morte/Vita della Donna Selvaggia alla Estés, ma come lacrime e sangue. Come perdita di connessione con la vita tutta.

Quando le morti sono troppe. Quando troppi i rifiuti e gli abbandoni. Te ne vai. Da un’altra parte. Ma non sai neppure tu dove.

E ti senti esiliata. Da te stessa o dalla vita che – matrigna, mortifera – ti ha espulsa. Il senso non torna più. Solo deserto di teschi e urla senza voce. Solo vuoto, abisso e cenere. Fuochi spenti.

Qui, le voci sono afone. Gli occhi persi. Le membra solo stanche. Tutto distante e senza più sapore.

Non è il fascino dell’oscuro. Non è il bruciare alchemico delle ceneri di ciò che non ti appartiene – quel fuoco che purifica il superfluo per ascendere. No.

È l’espulsione dalla fonte di vita. Come se lo zampillo non sgorgasse più. Nessuna scossa. La gioia sperità dall’orizzonte. Il buio senza sole, senza calore da Madre Terra.

Sai che sono andate via. Un tempo c’erano. Nel ridere, nello sconquassarsi, nell’andare correndo a braccia aperte incontro alla gioia del quotidiano – fatto di canti, di danze, di risate, di corpi, di godimento.

Poi calò il buio sulla terra. La terra tua. Un tradimento. Un urlo cruento e l’impatto troppo crudo. Il cuore si chiuse per non morire. L’anima si seppellì per troppa acutezza. Il cuore trafitto, per smettere di sanguinare, si cicatrizza chiudendosi.

Una parte di noi si è nascosta nelle profondità delle caverne. Laggiù, dove nessuna luce arriva. E niente sembra farle tornare – non la volontà, non il desiderio, non le preghiere, non le promesse.

Abbiamo bisogno di qualcuno che compia il viaggio. Che vada a cercarle, quelle parti. Fino al punto esatto dove sono morte. Dove si sono fermate, congelate nel trauma, in attesa.

Bisogna accendere un fuoco vivo.

Chiamare a raccolta le sorelle e i fratelli. Fidarsi del viaggio. Intonare un canto profondo e basso che giunga fino nelle profondità della terra – a raccolta tutti gli elementi, la natura tutta.

Addentrarsi nel bosco oscuro. Non temere il viaggio, ma con fede andare a cercare.

Cercare. Perché per fortuna uno zampillo dentro è rimasto.

E in fondo non hai mai smesso di cercare – viva ancora quella primigenia forza di luce che mai si è spenta e che ha continuato a cercare le altre. Perché sa. Sai che ci sono ancora. Sono nascoste. Vanno agguantate con mano ferma e sicura. Come quando devi riportare in vita qualcuno che è finito troppo lontano per sentirti.

Infilati allora nel cunicolo, anche se è stretto. Sai di non essere sola. Inizia il viaggio.

A passo sicuro. Accendi una torcia ed entra. Chiedi. Chiama a gran voce, finché avrai fiato. Non smettere. Ascolta – la rugiada, il respiro della terra, l’umido. Non spaventarti del buio. Fidati dei tuoi sensi. Tieni fermo nel ventre l’occhio aperto. Ascolta il battito della terra e delle rocce che ti guidano.

E viaggia.

Ecco, ci sei quasi.

Giace lì una bambina, un bambino terrorizzato. Sta scegliendo. Di andarsene. Non è sceso su questa terra per tutto questo dolore. Ma non può ancora tornare indietro. O forse non vuole ancora. Una parte però se ne è andata.

Sdraiati accanto adesso. Raggomitolati lì vicino. E attendi. Sussurra.

“Nel momento del recupero, lo sciamano non afferra con violenza le parti perdute. Si avvicina con rispetto, con amore. Spiega che è tempo di tornare. Che ora è sicuro. E aspetta il permesso dell’anima stessa.” — Sandra Ingerman

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