Che cosa hai oggi, ti vedo silenzioso. Perché non mi parli, ho fatto qualcosa di sbagliato? Potevi dirmelo che ci eri rimasto male. Ma chissà che cosa ha oggi. Ma perché non mi vuoi dire che cosa è successo.
Li vedo dietro le spalle ora. Una figura nera è nascosta dietro il tallone destro. Un’altra a forma di fiamma si è attaccata al fianco sinistro.
Cinque passi più indietro c’è una figura alta, longilinea, non si muove quasi, come un blocco che non permette il passaggio. Altri due passi e c’è un’altra, questa volta è sdraiata a terra, si contorce dalla paura, ha un coltello trafitto nel cuore.
Se poi alzi lo sguardo, un po’ più in alto, cento figure. Chi sdraiato, chi alto, chi piccolo, chi saltellante. Guardano tutti verso di lui, chi fa il tifo, chi si dispera, chi è scappato.
Ma lui proprio non ne vuole sapere di parlare. Contorto dentro, indispettito, come dominato da forze sconosciute. Non parla, non può essere amabile. Non sa perché ma non può.
La notte lo visita una bambina, avrà tre anni. Vestita di giallo, con i calzini con il pizzo. Lo guarda con occhioni grandi e non parla. Gli occhi, tristi. Lo sguardo perso. Ma gli fa una domanda, come un urlo.
Lui non sente. Al risveglio inquietudine. Si incista nello stomaco e non lo abbandona per tutto il giorno.
Esce, va in giro in moto, il vento lo stordisce. Un incidente. Ospedale. Un altro sogno. La bambina, ancora.
Questa volta urla: svegliati! Mettimi al mio posto, gli sta gridando, quando si sveglia.
Uscito dall’ospedale, decide. La fiamma riemerge, un crampo al polpaccio. E finalmente fa quella telefonata.
Sei mesi dopo, è in treno. Sta tornando a casa, felice. Non è solo, questa volta. Accanto sua figlia che gli sorride. Ora ha trovato casa.