Ho sempre associato all’inconscio qualcosa di misterioso e pericoloso.
In passato non capivo davvero che cosa fosse.
Non riuscivo ad afferrarlo.
Mi sfuggiva, mi faceva sentire a disagio, come una nebbia fitta abitata da fantasmi pronti a travolgermi.
Eppure — come tutto ciò che è sconosciuto — mi affascinava.
Quel fascino antico del proibito, dell’occulto, dell’invisibile.
Per molto tempo ho associato l’inconscio al buio, alla caverna: un luogo profondo dove scendere per affrontare chissà quali demoni.
Quando però ne ho fatto esperienza diretta, la mia percezione è cambiata.
Ci sono entrata davvero, nella mia caverna.
E ho scoperto che lì dentro c’era di tutto: caos, bellezza, dolore, radici, memorie, potere, sfide, la mia guerriera, la strega…
Un universo inesplorato che, sorpresa delle sorprese, non era mio nemico — ma parte di me.
L’inconscio non è un buco nero.
È una foresta viva.
Ci crescono alberi antichi e germogli nuovi, radici intrecciate a ricordi, foglie che nascondono desideri, rami che toccano il cielo del possibile.
C’è fango, sì, ma anche acqua che scorre.
C’è buio, ma non è un buio vuoto: è fertile.
Lì convivono tutto ciò che ho dimenticato, ciò che ho represso, le parti di me che non ho mai voluto vedere, insieme alle intuizioni, ai sogni, ai simboli che mi parlano di chi potrei ancora diventare.
Jung diceva che “fino a quando non renderai conscio l’inconscio, esso dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino.”
E aveva ragione.
Perché quelle parti che ignoriamo non smettono di agire, ci parlano attraverso i sogni, i sintomi, i lapsus, le intuizioni improvvise, anche con i depotenziamenti, i copioni ripetuti, i sabotaggi, gli inciampi, quei drammi infiniti.
Ci spingono a guardarci dentro, anche quando vorremmo solo fuggire.
La foresta non parla la lingua della logica, ma quella del simbolo.
Ci mostra immagini, visioni, sensazioni, figure che emergono come messaggi dal buio e dalla nebbia d’inverno.
Hillman scriveva che “l’anima ama nascondersi” — e in quella frase c’è tutto: ciò che chiamiamo buio è spesso solo la profondità che non abbiamo ancora imparato ad abitare.
Ogni volta che scendo lì, sento che non devo capire tutto: devo solo ascoltare.
È un fidarsi silente di ciò che sgorga e affascina e che non ama parlare troppo, ma mi guida con le immagini, ciò che è oltre la parola e sfocia nel limite, sul confine con il simbolico, l’indecifrato e l’indecifrabile.
“Non si possono scoprire nuovi oceani a meno che non si abbia il coraggio di perdere di vista la riva.” — André Gide
È un dialogo lento, come camminare a piedi nudi sul muschio, imparando a fidarmi di ciò che non vedo ancora.
Marion Woodman diceva: “L’anima vuole incarnarsi, non essere spiegata.”
Ed è vero.
Ogni volta che provo a spiegarla, si ritrae. Ogni volta che la vivo, mi trasforma.
Nell’inconscio c’è tutto: un antichissimo baule ricchissimo, tutto da mettere sottosopra.
Ci sono i traumi e le ferite, le emozioni scomode — la rabbia, la vergogna, la paura — ma anche la gioia che non mi sono concessa, la libertà che non mi sono permessa, la creatività che non ho ancora osato vivere.
È un mondo dove il dolore e la bellezza stanno fianco a fianco, senza giudizio.
Un luogo dove tutto ciò che ho messo da parte continua a respirare.
Clarissa Pinkola Estés scrive:
“Dentro ogni donna vive una creatura selvaggia, una forza naturale potente, piena di buone intuizioni, di passione e di creatività eterna.”
Forse è proprio lì che abita: nel fitto della foresta, tra le radici del nostro inconscio.
Ogni donna, ogni essere umano, porta in sé quella parte selvaggia che non può essere addomesticata, ma solo conosciuta e onorata. Sacra.
Jung chiamava questo percorso individuazione: il cammino per diventare ciò che siamo davvero, mettendo in dialogo la luce e l’ombra, l’io e il sé.
Non per purificarsi o liberarsi dal buio, ma per abitarlo.
Perché non si cresce scegliendo solo la luce, ma accogliendo anche la notte che ci abita.
“La vita non è un problema da risolvere, ma un mistero da vivere.” — Osho
“Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse che attendono di vederci belli e coraggiosi.”
— Rainer Maria Rilke
La mia caverna è una foresta viva.
Non è abitata da demoni malvagi, ma da me, da te.
Da tutte le parti — ferite, selvatiche, luminose, ribelli, poetiche — che finalmente non vogliono più restare in silenzio.