Mi vesto di nero da anni. In casa, invece, colorata. Strano vero, questa differenziazione?
Ovviamente quando ero giovane mi vestivo colorata. Ho netti ricordi di me, di una giacca bianca messa agli esami all’università, un’altra rossa…
Poi, non ricordo più quando, comparve il nero nella mia vita.
Avevo bisogno di quella protezione: mi snelliva. E credo, con il senno di poi, mi proteggesse. Un nucleo rosa carne viva che troppo era scoperto.
Il nero si prestò. Mi prestò la sua essenza perché potessi farne ciò che volevo, quando ne avevo bisogno.
Mi dissero ogni cosa negli anni: che era il colore del lutto, che dovevo vestirmi colorata, che sarei stata meglio. Talvolta sì, indossare magliette colorate mi faceva sentire vibrazioni più leggere addosso, ma poi ritornavo lì.
Si può dire che la mia ricerca del nero addosso è una forma in divenire che vesto nel mondo. Forma della mia identità sicura, protetta, incisiva. Nel mondo.
Nell’interno della mia intimità il nero mi dà fastidio e mi permetto di lasciarmi andare nel blu, nel rosa, nel rosso, nel bianco… La mia casa è colorata dei colori della natura, dal legno al verde, al rosso… un bosco in pratica. Ma è la mia tana.
Fuori, ci entro con il nero. Nel mondo. È il colore per me dell’incisività, della distinzione, della fermezza.
Non che non riesca senza, ma racconta di me. Siamo amici. E mi dà quella ‘giusta’ protezione di cui ho bisogno. Perché con lui scelgo quanto lasciar vedere di me e quanto no.
Ed è libertà.