La condizione liminare come forma dell’esistenza
Nel numero 0 del magazine avevo parlato dell’andare oltre come di un gesto necessario: non un miglioramento, ma un attraversamento. Non un avanzamento lineare, ma un punto in cui la continuità si interrompe e diventa impossibile restare ciò che si era. Ma ogni attraversamento presuppone una soglia. E la soglia non è un istante. È una condizione.
Il liminare è questa condizione.
Non coincide ancora con l’oltre. È il momento in cui l’equilibrio precedente ha smesso di essere affidabile, ma un nuovo equilibrio non si è ancora formato. Non è un vuoto, ma una sospensione. Non è assenza di direzione, ma impossibilità di riconoscerla con gli strumenti abituali. Ciò che prima orientava smette di funzionare, e tuttavia nulla è ancora abbastanza stabile da sostituirlo.
La musica rende questa esperienza immediatamente percepibile, perché esiste nel tempo e rende sensibile il momento in cui qualcosa smette di funzionare senza che qualcos’altro abbia ancora preso il suo posto.
All’inizio del Prélude à l’après-midi d’un faune di Claude Debussy, il flauto entra solo, con una linea che non stabilisce chiaramente un centro. Non c’è una vera partenza. La musica sembra emergere da uno stato precedente alla forma, come se stesse cercando il proprio equilibrio mentre già esiste. L’ascoltatore non è disorientato, ma non è più orientato nel modo consueto. È una perdita lieve, ma irreversibile, della stabilità precedente.
Con Arnold Schoenberg questa perdita diventa esplicita. Nei Drei Klavierstücke op. 11, l’orecchio continua a cercare un punto di riposo che non arriva. Non si tratta semplicemente di novità, ma della sensazione che il terreno percettivo non risponda più secondo le aspettative acquisite. L’ascolto non può più anticipare. Può solo restare, esposto, in una condizione che non è più quella precedente ma non è ancora una nuova stabilità.
In Didn’t We Deserve A Look At You The Way You Really Are degli Shellac, la soglia si manifesta come una sospensione prolungata. Il brano si costruisce su una ripetizione ostinata che si estende per oltre dodici minuti, trasformando il tempo in uno spazio dilatato, quasi immobile. Ma questa ripetizione non stabilizza: destabilizza. La batteria non conferma il centro, lo sposta continuamente. Gli accenti ruotano rispetto alla chitarra e al basso, e ciò che sembrava essere un punto fermo si rivela provvisorio. L’ascolto entra così in una condizione intermedia: il cervello cerca un orientamento metrico, ma ogni tentativo viene leggermente disallineato. Non c’è più il battito regolare che organizza il prima e il dopo, ma non emerge nemmeno una nuova griglia stabile. Si resta in un tempo sospeso, in un corridoio percettivo in cui il ritmo non accompagna, ma trattiene sulla soglia. La ripetizione non rassicura: mantiene vigili. Non permette di abitare pienamente il presente, ma impedisce anche il ritorno a ciò che era familiare.
Con John Cage, la soglia smette di essere una conseguenza e diventa il centro stesso dell’esperienza. In 4’33”, quando la musica intenzionale si ritrae, restano i suoni che normalmente non vengono ascoltati. All’inizio sembrano intrusi. Poi cessano di esserlo. Non perché siano cambiati, ma perché è cambiata la percezione. La soglia non è più qualcosa che si attraversa rapidamente. Diventa un luogo in cui si resta abbastanza a lungo da modificare il proprio modo di ascoltare.
La stessa esperienza emerge davanti ai quadri di Mark Rothko. Lo sguardo cerca un orientamento stabile, una figura, un centro. Non lo trova. Se si resta abbastanza a lungo, quella che sembrava una mancanza diventa una condizione. Non si cerca più qualcosa da riconoscere. Si impara a restare dentro una percezione che non ha bisogno di risolversi in una forma.
In ognuna di queste esperienze c’è un momento preciso in cui l’equilibrio si interrompe. Non abbastanza da produrre una caduta, ma abbastanza da impedire la sicurezza precedente. È una breve apnea percettiva. Il respiro si sospende, non per assenza d’aria, ma perché il sistema deve riorganizzarsi. E quando il respiro ritorna, non coincide più con il ritmo di prima.
Questa è la condizione liminare.
È come il momento immediatamente precedente al ritorno del respiro dopo una lunga apnea. Non il trattenere l’aria, ma l’istante in cui il corpo non ha ancora deciso se inspirare o cedere. Un tempo sospeso, denso, in cui ogni cosa è possibile ma nulla è ancora avvenuto. In Per sempre lassù, racconto contenuto in Brevi interviste con uomini schifosi, David Foster Wallace descrive un uomo fermo in cima a un trampolino, incapace di tuffarsi e incapace di scendere. Non è più ciò che era prima di salire, ma non è ancora ciò che sarà dopo il salto. Il tempo si dilata, il corpo resta sospeso in una decisione che non si compie. Anche il respiro sembra appartenere a un altrove. La soglia è esattamente questo: il punto in cui non si può tornare indietro, ma non si è ancora andati avanti. E proprio in questa sospensione, invisibile dall’esterno, qualcosa si sta già trasformando.
L’andare oltre non è un gesto che si compie direttamente. È qualcosa che si riconosce solo dopo, quando ciò che prima sembrava instabile smette di esserlo. Quando non si cerca più il centro che è stato perso, perché si è imparato ad abitare uno spazio diverso.
Non si va oltre nel momento della rottura.
Si va oltre nel momento in cui la soglia smette di essere solo un passaggio e diventa, senza dichiararlo, una nuova forma di equilibrio.