Numero quattro: Liminare

Amata follia

Amata follia

Per metà della mia vita ho camminato sul filo del liminare. Conosco l’attrazione e il rifugio della follia. Quella sfida e quell’inevitabilità di andare via — via da un mondo che non mi vedeva, capiva, voleva.

Non lo decidi consapevolmente. Ma ad un certo punto scatta dentro — dopo anni a trascinarti in una realtà che ti schiaccia e vuole che tu sia come non sei. Non respiri più. Non c’è più aria.

Allora hai due sole possibilità: smettere di vivere, o andartene dentro — veramente. È il tuo inconscio che si allea con il tuo corpo e ti salva. Sì, paradossale. Ma la follia mi ha salvato.

Già da adolescente ho amato tutta quella letteratura estrema, l’arte, l’estremismo come unico modo di stare al mondo. Credevo fermamente che solo da quel buio potesse nascere la vera arte — come espressione del sublime, della bellezza.

Munch lo sapeva. “La malattia, la follia e la morte sono stati gli angeli neri che hanno vegliato sulla mia culla.” E sull’Urlo ha scritto di sua mano: “Può essere stato dipinto solo da un pazzo.” Non una confessione. Una sfida.

Tutto questo mondo mi ha permesso di starci e di esserci, nella solitudine di quegli anni.

C’era la visione romantica e degli eccessi della ragazza che ero. Lo struggimento dei poeti maledetti — Baudelaire, Parigi, quella bellezza sporca e assoluta. La tensione fortissima di esprimersi per eccessi, per grandi slanci. Quel pathos così forte, dirompente.

Nietzsche lo chiamava con precisione: “E coloro che danzavano furono giudicati pazzi da coloro che non potevano sentire la musica.” “La verità è brutta: abbiamo l’arte per non perire a causa della verità.”

Dostoevskij lo viveva nella carne: “La sofferenza e il dolore sono sempre doverosi per una coscienza vasta e per un cuore profondo.”

Kafka lo abitava ogni giorno: “Non è l’assenza di volontà che mi fa fallire in tutto — ma l’assenza del suolo, dell’aria, della legge.” “Io vivo fra due mondi… è per questo che nella vita le cose mi restano un pochino difficili.”

Van Gogh non era un malato. Era qualcuno che aveva trovato l’unico linguaggio possibile per dire l’indicibile. La forza e la sfida di chi non si addomestica. Di chi brucia — non nonostante la follia, ma attraverso di essa.

L’arte come unico modo di stare al mondo quando il mondo non ti contiene.

Ancora oggi lo sento. Ritorna in me come risorsa, come nostalgia di quel fuoco a volte. Come ricordo di una possibilità — quando mi omoloco troppo, quando mi ritrovo ad essere troppo saggia.

C’era una grande forza in quella letteratura e arte che allora divoravo. Ritornare lì mi accende. Mi ricorda che siamo tanta roba. Che sono tanta roba.

E la mia anima, paradossalmente, torna a respirare.

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