Numero cinque: Emergenza

Nel Getsemani dell’uomo

Nel Getsemani dell’uomo

In tempi come i nostri, pieni di sofferenza, incertezza e dolore, la domanda sul perché siano sempre gli innocenti a patire e a sopportare la maggiore sofferenza risuona nella mente come un’ossessiva e ripetitiva melodia. Non è certo la prima volta che l’uomo si trova in situazioni che portano alla mente questo quesito; questa è infatti una domanda che riecheggia negli annali del tempo, esplorata nei versetti di numerosi testi sacri e meditata più volte da coloro che di fronte alle avversità, decisero di analizzarle e di cercarci un significato.

Tra le risposte più illustri e antiche che nel tempo sono state date da coloro che si sono approcciati a questa domanda, mi sono rimaste impresse le parole che gli dedica Seneca nel De Providentia:

“Fra i tanti detti magnifici del nostro Demetrio c´è anche questo, che ho udito da poco risuona ancora e vibra al mio orecchio: “Non c´è, mi sembra, essere più sventurato di chi non ha mai avuto alcuna avversità”. Perché non ha avuto la possibilità di mettersi alla prova. Posto che tutto gli sia andato secondo i suoi desideri, che li abbia prevenuti, gli dei tuttavia hanno dato di lui un cattivo giudizio: non è parso degno di vincere una volta tanto la fortuna, che fugge via da tutti i pusillanimi, come dicesse: “E io dovrei prendermi come avversario costui? Abbasserà subito le armi; contro di lui non c´è bisogno di tutta la mia potenza, basterà fargli un po´ di paura, non può sostenere il mio aspetto. Si veda se c´è un altro con cui battermi: mi vergogno di scontrarmi con un uomo già rassegnato alla sconfitta”. Il gladiatore reputa un disonore essere opposto a uno inferiore e sa che si vince senza gloria chi si vince senza pericolo. Lo stesso fa la fortuna: cerca chi le stia a pari, i più coraggiosi, certuni non li degna di uno sguardo. ”

Le avversità sono quindi una cosa non solo inevitabile, ma necessaria, che plasma la persona che le attraversa, il primo punto fondamentale che viene provato in questo passo è che la resilienza non può non nascere che dall’attrito.

D’altra parte per snocciolare a pieno l’enigma della sofferenza umana, bisogna ripercorrere anche la narrativa biblica, in particolare i passi relativi al Getsemani, l’oliveto in cui Cristo dovette fare i conti con la sua imminente crocifissione: l’agonia, la fatica e la sua supplica ai Cieli esemplificano alla perfezione la profondissima sofferenza sopportata da un uomo buono e pio asservito ad uno scopo superiore.

Nel nostro mondo (e in particolare in questo periodo storico), come nel Getsemani, spesso le persone buone possono trovarsi alle prese con il peso della responsabilità e della scelta, affrontando tribolazioni che mettono alla prova l’essenza stessa di cui è fatto il carattere di una persona. Il giardino diventa pertanto una metafora delle lotte e delle prove interiori che naturalmente accompagnano l’essere umano nel suo cammino verso la rettitudine.

Ma la vicenda biblica che più di tutte prova ad esplorare il perché delle tribolazioni umane e della sofferenza dei giusti è senza dubbio quella di Giobbe, l’uomo che, nonostante la sua incrollabile fede, dovette sopportare la perdita delle ricchezze, della famiglia e della salute; la sua sofferenza divenne un testamento dell’annosa questione della teodicea: perché Dio permette che esista tanto male?

Nella nostra realtà quotidiana la storia di Giobbe riecheggia nelle prove e nelle sfide che ogni essere umano, in diversi contesti, si trova a dover affrontare ogni giorno: l’emergenza, l’evento che porta con sè lo squilibrio, diventa una sfida alla propria fede e alla propria perseveranza di fronte ad afflizioni apparentemente ingiuste.

Nel passo Isaia 48:10 viene esplorato ancora una volta questo concetto:

“Ecco, io ti ho raffinato, ma non come l’argento; ti ho provato nel crogiuolo dell’afflizione. “

La sofferenza, come il fuoco che forgia l’acciaio ha il potere di raffinare il carattere degli uomini, il fuoco della tribolazione funge da crogiolo che mette alla prova il “metallo” che compone l’uomo. E’ solo attraversando le fiamme che gli individui emergono più forti, le loro virtù man mano affinate dalle prove che affrontano: il crogiolo diventa una vera e propria forza trasformativa che plasma l’essenza stessa di coloro che ne navigano all’interno.

Infine la parabola del buon samaritano getta luce sul potere redentore della compassione nel mezzo della sofferenza umana, il samaritano evidenzia la capacità di essere buoni anche di fronte al dolore di un altro. La parabola, in un momento delicato come l’emergenza e l’incertezza, diventa una luce nell’oscurità, che suggerisce che nella desolazione e nella disperazione le azioni delle buone persone possono diventare conforto e rifugio per gli altri. La compassione diventa un unguento che lenisce le ferite degli afflitti, trascendendo la nostra dura realtà.

La domanda sul perché i giusti debbano soffrire è un filo intessuto nell’arazzo della storia dell’umanità, nella nostra quotidianità, dove i fili si intrecciano con la dura realtà del nostro mondo, la risposta resta sfuggente, ma profonda: la sofferenza come crogiolo che affina il carattere e che diventa un viaggio trasformativo per l’anima errante.

 

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