Numero quattro: Liminare

Sul filo del baratro

Sul filo del baratro

Il Signor Liminare vive ai margini delle cose importanti.
Non lo troverai mai al centro delle decisioni, e neppure nei luoghi dove si celebrano certezze. Lui sta dove la vita si fa sottile, a fianco del ticchettio del tempo, coi momenti in cui una scelta pesa più di qualunque altra cosa, con gli istanti in cui nessuno può decidere al posto tuo. E poi, perché mai dovremmo dare via un così grande potere?

Niente mappe, soluzioni o direzioni. Il suo mestiere è stare. Punto.

Lui, il Signor Liminare, si posiziona sempre sul bordo dell’esperienza. No, non è perché ama il rischio, ma perché è lì che cadono le maschere.

Osserva calmo, coi piedi ben piantati a terra, come chi conosce la legge di gravità di ogni cosa. Non ha bisogno di spiegare chi è. Il suo modo di stare dice tutto.

Il Signor Liminare è fermo, tiene il passo della realtà e cammina al tuo fianco finché resti presente. Se rallenti, rallenta. Se ti fermi, si ferma. Non ti prende per mano e non ti salva dalla caduta. Se parla lo fa piano, con una voce dai toni sinceri: sei qui, adesso puoi.

Nessuna cornice attorno, né frasi gentili per accompagnarti. Sul filo del baratro non hai tempo per raccontarti una storia che ti protegga. Hai solo il corpo, i pensieri, il restare in equilibrio e il passo successivo.

Il liminare è questo: non sei più quello di prima e non ancora sei diventato altro. Non c’è una porta da attraversare, nemmeno un rito che ti prende per mano e neppure una promessa implicita che tutto porterà a qualcosa di migliore. C’è solo un equilibrio pieno di fede da mantenere mentre sotto senti l’aria tirare verso il basso.

Benetto baratro che arriva sempre al momento perfetto. A volte quando sei nella vetta più alta a festeggiare la tua splendida vita, una identità rispettabile e quel denaro che ti fa sembrare perfetto agli occhi degli altri. Ed eccolo lì che arriva il test, di nuovo, un altro ancora, capovolge tutto per vedere se sei vivo o solo ben costruito.

Il filo è una sensazione fisica. Niente a che vedere con metafore di alcun genere. È una tensione persistente che trova spazio nel corpo prima ancora che capisci cos’è. E vai avanti, un passo dopo l’altro con la consapevolezza che, se perdi attenzione, cadi. Non dopo e nemmeno domani: adesso.

In questo stato i sensi si concentrano sulla paura, le risposte si allineano ad essa. Dio è spettatore e sorride con amore, in attesa che tu ricordi. Nessuna giustificazione funziona, le narrazioni spirituali si congelano e diventano inutilizzabili. La mente fa il suo lavoro fino a un certo punto, poi si ferma e permette al corpo di comprendere, restare, respirare.

Questo è il liminare, non una semplice crisi: non lo è. Una crisi vuole una soluzione, una diagnosi, una via d’uscita. Qui non c’è niente da risolvere. C’è da tener botta ed è faticoso, persino inspiegabile e privo di gloria.

Chi vive sul filo impara presto che le storie che raccontavi su di te non servono più. Non reggono ciò che accade e, a un certo punto, le guardi cadere mentre tu resti lì a contare tutte le etichette che avevi usato senza più definirti, con la semplice e potente presenza di chi continua a esserci.

Il baratro attira perché promette intensità. Una presenza viva, tagliente, che attraversa il corpo e lo scuote, lo sveglia. Sentire qualcosa di netto, anche quando fa paura, anche quando costa. Per questo molte persone cercano il limite negli eccessi, nel controllo portato fino allo spasmo, nel rischio, nella dissoluzione travestita da libertà. A volte come sfida estrema, a volte come richiamo profondo al sentire.

Funziona e non funziona. Il filo non ti permette di tornare indietro, ma solo di andare avanti. Questa è la parte che raramente viene detta: non tutti hanno nuove prospettive, non tutti trasformano la caduta in un racconto salvifico. Alcuni cadono e basta. e va bene così.

Riproviamoci a restare sul filo e, quando riusciamo, produce una forma di lucidità che non ha nulla di spirituale. È attenzione e pura presenza, un passo e poi un altro, senza sapere se il prossimo arriverà.

Il liminare non ti rende migliore. Ti rende più essenziale. Toglie il superfluo. Fa saltare le frasi inutili. Ti costringe a usare solo ciò che serve, nella vita come nella scrittura. Ogni gesto diventa misurato, ogni parola ha il suo peso.

Ci sono persone che abitano questo stato per anni. Amano, lavorano, vivono e nessuno se ne accorge che dentro portano questo equilibrio teso, questa consapevolezza costante che nulla è garantito. Rimangono in quell’abitare perché hanno compreso che uscirne sarebbe una bugia.

Stare sul filo del baratro significa riconoscere una verità essenziale: l’essere e il nulla convivono nello stesso spazio. Nessuno dei due ha ancora prevalso. La vita qui si gioca in questo equilibrio instabile. Non ci sono annunci da fare né promesse a cui aggrapparsi. C’è solo il restare presenti.

Il liminare pretende rispetto e chiede onestà. Ti chiede di essere presente mentre tutto intorno invita alla distrazione, alla caduta o a una storia addolcita che non corrisponde alla verità.

E quando riesci a stare lì, anche solo per un momento, tutto diventa chiaro. È già abbastanza.

 

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