In un anno e mezzo mi sono trovato ad affrontare tre lutti. Prima è morta per infarto all’età di 42 anni la mia ex, successivamente mia sorella a 62 anni per un tumore al cervello e infine mio padre a 93 anni, l’unico che forse ne aveva il diritto.
Queste tre morti sono molto diverse e diverso è stato il modo in cui le ho vissute.
Il dolore entra in “figura”, e con lui l’incapacità di fare qualcosa. La morte ha questo aspetto incredibile, non guarda in faccia a nessuno. Passa, falcia e prosegue la sua missione.
Ogni essere umano dalla notte dei tempi ha cercato una risposta alla seguente domanda: “Cosa c’è dopo la morte?”, e ognuno ha trovato un modo suo per riuscire a dare un senso alla vita. Perché la morte in sé non è un problema, per il defunto sicuramente.
Diviene problema per chi rimane e non sa come sostenere l’abbandono, la fine di qualcosa. Quindi Dio, Allah, gli Dei greci, e mille altre divinità sono il balsamo e la speranza che l’uomo ha creato per sostenere e credere che nell’aldilà ci sarà sicuramente un Paradiso e un Inferno, oppure che rinasceremo in altre forme di vita in altre dimensioni.
Il punto è che nessuno è mai riuscito a spiegare cosa ci sia di là.
La fisica quantistica sostiene che l’Universo è un Tutto che non conosce spazio e tempo e il pensiero è esso stesso Universo che si espande.
Per anni mi sono chiesto cosa ci stessi a fare su questo micro puntino che gira intorno a una delle stelle più piccole dell’Universo e che senso avesse vivere e dannarsi davanti a tanta immensità.
Col tempo mi sono reso conto che il Macro e il Micro interagiscono allo stesso modo, come specchi si sostengono. E in questo spazio ho trovato anche io la mia risposta. Non vera, ma reale per me.
Sara, la mia ex, con la quale ci eravamo lasciati in malo modo e non avevamo avuto il modo di chiudere con un ‘come’ sostenente per entrambi, mi ha lasciato con dei sospesi enormi. Chiudere una relazione è già di per sé un lutto, ma quando quella persona non c’è più, quando si capisce e si realizza che non si può più vederla, sentirla, toccarla, quel lutto si amplifica di un dolore che per me è stato così grande che ho dovuto affidarmi alla scrittura per sopravvivere.
Così un giorno, quando pensavo di non avere le forze per proseguire, ed il mio pensiero mi portava solo alla soluzione del suicidio, la scrittura è venuta in mio aiuto. Ho così cominciato a scrivere, come in un flusso di coscienza, tutta la mia vita. Ogni giorno buttavo fuori dinamiche familiari, dolori incastrati nei cordoni ombelicali di una famiglia disfunzionale. Come un pittore, allontanandomi dal quadro, ho potuto vedere con maggiore nitidezza, quali erano gli schemi di quella famiglia, quali gli introietti, di cosa mi fossi nutrito e come mai in quel momento ancora ero legato a dinamiche malate e malsane che i miei avevano per anni steso sul canovaccio di una sceneggiatura che non riconoscevo più mia.
Quando ho terminato quel libro, che poi ho intitolato “Al di là di tutto”, il cuore era più leggero.
La morte di Sara mi ha portato nel “contatto” pieno del lutto scrivendo la mia storia, elaborando con le parole e i pensieri tutte quelle situazioni che mi avevano portato a comprendere che io non sono quello che mi avevano insegnato, quello che di cui mi sono nutrito, ma potevo essere altro, vomitare quegli introietti che non mi appartenevano e masticare solo quelli che io reputavo buoni per me.
E così, mentre salutavo mia sorella, facendola ridere un’ultima volta sul letto dell’ospedale, io ricominciavo a scrivere, questa volta una storia romanzata, dove facevo realizzare un sogno a Sara che in vita non è riuscita a realizzare.
“Nel blu” è diventato romanzo e oggi viaggia per conto suo nelle varie librerie.
La scrittura per me è vita, è colei che mi sostiene in quei momenti nei quali il dolore è così ampio e spaventoso, che l’unico modo per dare dignità alla morte è raccontare.
“Finché la morte mi sarà a fianco non mi devo preoccupare, è quando non ci sarà più che saprò che non sarò più viva”. Questo scriveva Elsa Morante e questo quello che condivido.
Il mio rapporto con la morte ora più sereno, so che fa parte della vita, è un ciclo, esattamente come il ciclo di contatto della Gestalt. C’è un pre-contatto, contatto pieno, e poi il post-contatto”. Siamo quotidianamente in lutto, ogni giorno siamo chiamati a lasciare una parte di noi, a cambiare e divenire altro. Ogni giorno è un lutto di noi stessi, delle nostre amicizie che pensavamo eterne invece finiscono, delle nostre relazioni d’amore, delle case, degli oggetti. Tutto passa, tutto è destinato ad andare via.
Allora, quello che ho imparato da questi tre lutti è la capacità di lasciare andare. Ogni cosa avviene in un dato momento perché è bene che avvenga, né prima né dopo, per dare a noi la possibilità di evolvere, di crescere e soprattutto di amare il qui e ora, o per meglio dire il Now and Next, dove il presente diviene ponte per il futuro ma non legante di un passato che tale è e rimarrà.
Lasciare andare è un atto d’amore per noi stessi e per chi a noi era legato. Nella mia verità so che siamo qui di passaggio e probabilmente il concetto di vita e di morte è solo una visione molto umana che porta con sé forti limiti, mentre la pensiamo come una mano, dove il dorso è la vita e il palmo è la morte, ci rendiamo conto che stiamo parlando della stessa cosa, solo che sono due lati differenti.