Numero Due: Black

Nero inchiostro

Nero inchiostro

Una pennellata che accade senza tecnica o decisione.

Se la mano trema, allora non sono qui: sono nella paura del passato o nell’ansia del futuro; sto lasciando entrare la mente tra le dita.

Si manifesta nei tratti indecisi, e posso vedere dove sono, se in questo istante o nelle pieghe del tempo, da chissà quale distanza.

Nero inchiostro tra le dita.

Respiro, chiamo il mio nome per riportarmi a casa, come faceva mia madre quando da piccola perdevo il tempo.

Già, quel tempo che ci hanno detto di tenere d’occhio, chissà poi perché. Io non sono mai stata brava a tenerlo, lo perdo, o se ne va lui. Non siamo mai d’accordo.

E mia madre perdeva me, lei nella dimensione del tempo, io insieme ai gatti, a cercare i nuovi nati della micia, con quel rispetto di chi ama in silenzio il miracolo della vita e della morte. Persa in quegli occhi verdi: presenti, concentrati, consapevoli… senza tempo.

Perdevo il tempo anche nel suono del fiume prima che diventasse tutt’uno col mare, ma poi sentivo la voce di mia madre e tornavo nel suo mondo.

Chiamo il mio nome e torno, proprio quando la foglia elegante di un’orchidea selvatica prende vita sul foglio di riso, nera come se fosse disegnata durante la notte.

Chiamo il mio nome, e uno stelo sottile si fa sostegno per petali scuri, ombre di una fragile corolla che trema in un sottobosco invisibile e umido, di chissà quale mattino nascosto dalla nebbia.

Gratto la tavoletta d’inchiostro nero sulla pietra: il rumore è ipnotico, è un rituale, un’essenza.

Ho bisogno di un nero denso, profondo, con dettagli in risalto, qualcosa che la nebbia non possa ingrigire.

E chiamo ancora il mio nome mentre il rumore sparisce e rimane un’orchidea che si muove nella bruma del vento freddo di Tramontana, pur restando ferma, impressa sul foglio.

La via dell’inchiostro

Parole nere su una pagina bianca, come rondini che arrivano da lontano. Chissà dove trascorrono l’inverno e chissà perché ritornano.

Nere impronte di un pensiero, di un colpo allo stomaco, di un blocco alla gola. Tracce di chi cerca nel caos, tra pozzanghere e strade che creano solchi in città grigie.

Orme sulla spiaggia con la Luna nascosta, ed io, sdraiata sulla sabbia umida, chiamo stelle cadenti, punti bianchi che rendono il nero ancora più profondo e denso.

Le sento arrivare, rondini di parole a dare senso all’attesa della pagina bianca, sistemandosi in eleganti voli caotici.

C’è così tanto spazio quando mi manchi che posso accogliere anche il caos. E lui si sistema da qualche parte, così com’è: nero, aggrovigliato, denso, liquido.

Sceglie la cassa toracica anche stavolta: il Cuore è un accogliente padrone di casa e lascia entrare senza giudicare.

Un’altra parola dipinge il foglio bianco, come a voler creare buchi dai quali poter vedere il nulla: la via dell’inchiostro.

Vecchio Cantastorie indurito

Neri esseri senza forma che si allacciano come ombre di alberi nel bosco, quando la Luna è un disco d’argento. E il Nero, così, sembra un benevolo vecchio Cantastorie davanti al fuoco di un camino.

Domani tornerà a rimbrottare i bambini e a lamentarsi per gli acciacchi, ma quando cala la sera la sua poesia diventa più forte del suo cuore indurito, e ci si può avvicinare mentre narra di neri cavalieri armati di spada, seguiti da branchi di lupi che divorano i mostri infilzati dalla lama.

Dopo il loro passaggio tutto può essere scritto, non prima: senza aver divorato il mostro non si può dire niente. Nessuna parola può dare forma a ciò che non viene masticato, sbranato, fatto scendere nella gola.

Il nero inchiostro prende vita solo quando non si teme di perdere il tempo, quando non si ha paura del proprio nome, con tutto quello che potrebbe significare averlo portato fino a qui.

Il nero inchiostro vola da lontano, ritorna quando è tempo — mai prima, mai dopo — e accade come una rondine che potrebbe volare ovunque ma sceglie di rincasare proprio in questo posto.

Il nero inchiostro, infine, permette al caos di entrare in file ordinate, in un cuore che non ha mai smesso di amare quella voce che apre e chiude le porte del tempo.

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