Numero quattro: Liminare

Editoriale

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Ho amato correre sul filo. Dall’altra parte l’abisso, la follia, lo schiaffo in faccia. Il dolore nella carne. La follia che ti chiama davanti ad un mondo che ti vuole sistemato per bene. E tu gliela vuoi sbattere in faccia questa immensa fatica di stare qui, in questo mondo, con la solitudine, la paura, le domande al cielo, urlate.

La follia ha un fascino. Il fascino della sfida e della miseria umana al contempo. Urlare a chi lassù si è girato dall’altra parte. Attendere un angelo caduto dal cielo. Volersene andare, da un’altra parte.

Lo schiaffo del liminare non è solo dentro, nel personale dialogo con Colui che forse sta lassù. È anche con quegli altri impassibili e assenti. È anche con la vita che ti ha messo qui senza una mappa, senza chiederti il permesso.

La follia non come caduta. Non come malattia da guarire. Non come fase da superare nella propria crescita personale.

Ma come chiamata reale, che va guardata in faccia.

Fuori dal registro del “tutto ha un senso”, del “sei sulla tua strada”, della spiritualità che addolcisce ogni abisso.

Quella non è cura — è censura. Censura il grido, la lacerazione, il non senso. Una violenza all’essere umano di fronte al dramma.

E chi è sul filo si ritrova solo due volte. Una per il dolore. Una perché nessuno può starci dentro insieme a lui.

Sono corpo urlante, domanda vivente. Che esplora gli abissi della mente, delle possibilità. Non per evoluzione, non per redenzione. Ma per esplorazione — davanti a tutto e tutti.

Estremo atto di ribellione dell’anima che se ne va da un’altra parte a cercare altri mondi.

Sul liminare si barcolla ma si è follemente liberi. Audaci, potenti e frammentati.

L’anima cerca, sfida, osserva. Se ne va per un po’ quando le forme da questa parte sono troppo strette e troppo umane. Quando le parole non sono sufficienti. Quando ciò che vedo non è bellezza. Quando la carne è troppa.

Sono gettato nel mondo senza sapere perché. Cerco senso e mi trovo sul liminare della follia, della non vita.

E intorno non trovo il permesso della complessità. Trovo censura — latente, e anche visibile.

Sei sbagliato. Non puoi stare in questo mondo.

Non solo esiliato. Anche non eletto. Se lo fossi…

Sul liminare cammino al contrario. Ogni tanto barcollo. Ma l’ebbrezza sa di eterno.

Sfido la vita, la morte, l’eterno e il nulla, l’universo e ogni confine.

Sul liminare c’è odore di libertà.

Liminare è tutto quello che in un certo modo di vivere non si contempla neppure lontanamente.

Liminare è osare dire l’indicibile. Andare oltre e sfidare la vergogna dei ben pensanti, degli “a posto” di questa nostra epoca.

Liminare è l’urlo dell’umanità vera e reale.

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Non cerco consenso, cerco dialogo. Educato, aperto, vivo.

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