Non ricordo il primo tocco sulla pelle, il primo, della mia vita, anche se so che sarebbe stato importante. Dicono mi abbiano portato via di corsa, da mia madre, sconvolta per quella nascita prematura e solitaria. Chiamate mio marito, urlava, ma lo chiamarono solo al mattino, quando ormai ero in incubatrice. Io, sola in quella scatola di vetro, che segnerà per sempre la mia vita. Io che cerco aria ampia, che non arriva, io che scivolo tra la vita e la morte.
Dicono che la nascita segni tutta la vita. La storia che si inscrive nel corpo già in pancia, trae i primi segni nel modo di nascere, prosegue nei primi tocchi, amorevoli. C’è un universo nel modo in cui veniamo in questo mondo. Da chi, dove, come, perché. Risposte silenziose che per alcuni non avranno mai significato, per altri segneranno le tracce dello stare nel mondo.
Nasciamo in una relazione, da una relazione, da intrecci, respingimenti e accoglienze, corpi toccati, respiri a metà, gettati nel mondo talvolta senza paracadute. Quanto sia stata sognata dagli occhi di mia madre, quanto tenuta nelle immagini di mio padre che mi scrutava dal vetro contandomi dita delle mani e dei piedi; quanta paura in quella frase “ma qualcuno è andato a vedere la bambina questa notte, visto che non è stata bene?”. Non lo so, e lo so. È inciso nel mio corpo che si dimena per trovare un confine in quello spazio troppo ampio, in quegli occhi che cercano un’ombra o voce di madre.
Tutto questo si inscriverà, come sai e sappiamo, nei giorni, in quelle emozioni inspiegabili, in quei passi incerti e spavaldi, in quel bisogno di farcela da sola, nella guerriera solitaria.
Ogni nascita è una promessa, ogni nascita è relazione mancata, ogni nascita è ricerca di relazione.
Non quella dell’uno che incontra l’altro. Non l’addizione rassicurante dell’1+1. Perché io, nella scatola di vetro, non ero una. Portavo già dentro il terrore di mia madre, lo sguardo ansioso di mio padre, il trauma della prematurità. E loro, fuori dal vetro, non erano due genitori – erano generazioni di attese, paure, speranze non dette, silenzi, dinamiche…
Quando ci incontriamo, non siamo mai soli. Siamo già moltitudine. E l’incontro non somma – moltiplica, fa esplodere, genera mondi che nessuno dei due portava dentro da solo.
Nella vita, quella vera, ci sono le relazioni. Altrimenti non è vita. Ma non c’è la matematica, non c’è il controllo. Cerchiamo sempre ricette, istruzioni, ma non si possono inscatolare – per fortuna e purtroppo. Ci sarà sempre un tono di voce che non puoi registrare, ma che la tua pelle ricorda. Una sbavatura di sguardo che manco ti ricordi quando, ma che ti serpeggerà dentro ogni volta in cui…
Non siamo matematica. E siamo ontologicamente relazione. Quelle che non ricordiamo, quelle che si sono depositate nell’utero di nostra madre, unendosi a quelle di nostro padre. Per come nostro bisnonno credeva nel mondo e nella vita, per come la zia si era sposata o era diventata povera.
Non c’è equazione perfetta da tavolino, ma c’è carne, sudore, sangue e scintille di gioia. Tutto nella relazione delle cellule del nostro corpo, per come si parlano, per come parlano con le particelle della creazione. E la trinità…