Ho camminato per anni sul bordo.
Un piede ancora nel conosciuto, l’altro già oltre.
La vertigine era naturale, la sospensione inevitabile.
Il vuoto mi guardava, io lo guardavo.
E ogni passo era insieme paura e abbandono,un brivido che chiedeva di essere vissuto, fino in fondo.
Liminare viene dal latino limen: soglia.
Oggi la parola è ovunque, quasi un esercizio estetico.
La mia non lo è stata.
È stata una frattura silenziosa.
Una forma che non riusciva più a contenere ciò che cresceva dentro.
La liminalità non è uno spazio neutro.
È stare con un piede ancora nella forma che ti ha definito e l’altro già oltre, in un luogo senza nome.
La mia trasgressione non è stata ribellione.
Non volevo distruggere nulla.
Ho semplicemente obbedito a una forza vitale che non accettava più contenimento.
Non era un’idea. Era urgenza.
Come il pulcino che spinge contro il guscio: non rompe per capriccio, ma per necessità biologica.
Per un tempo sono stata energia pura:
salto nel vuoto, vertigine che brucia e non chiede permesso.
Euforia, nodo alla gola, morsa allo stomaco.
Era nascita.
Era esplosione.
Era vita pura.
Ho temuto il salto.
Ho amato la vertigine.
Poi è arrivata la sospensione:
un tempo appeso tra vecchia forma e nuova.
Non era euforia. Non era paura.
Era raccoglimento.
Era integrazione.
Questi momenti non durano per sempre.
La fase del Matto non è eterna,
nemmeno restare appesi come l’Impiccato.
Sono passaggi da vivere pienamente,
non da temere.
Tutto si trasforma.
Quando cambi frequenza, non tutti gli specchi restituiscono la stessa immagine.
E questo non è tradimento. È selezione.
La solitudine che segue una vera trasgressione non è isolamento.
È assestamento.
È il tempo in cui le risonanze si riordinano, le energie si stabilizzano,
le forme trovano il loro posto.
Non sono sbarre.
Sono impalcature.
Non tutto ciò che resta è prigione.
A volte è sostegno mentre la nuova struttura prende forma.
La paura non è della libertà.
È del vuoto.
Volare è naturale quando l’energia spinge.
Restare in aria senza punti di riferimento è un’altra cosa.
Non posso tornare nel guscio.
Non posso fingere di non aver sentito quella forza.
La trasgressione mi ha insegnato a nascere.
Il raccoglimento mi sta insegnando a restare.
Forse la liminalità non è il salto.
È il tempo in cui impari a vivere nella nuova forma,accettando che, per un tratto, camminerai senza specchi.
Ho temuto il salto, ho amato la vertigine,
ora scelgo la presenza.
E, alla fine, resta la leggerezza del passo sospeso, quel brivido di chi ha guardato l’abisso e sa che, anche appesa al vuoto,
ogni cosa trova la sua forma.