Numero Due: Black

Quando sciamanesimo e alchimia parlano lo stesso linguaggio: dalla nigredo allo smembramento

Quando sciamanesimo e alchimia parlano lo stesso linguaggio: dalla nigredo allo smembramento

Che cos’è il nero, la notte, il buio? Il buio esiste davvero?

Il nero è il colore delle grotte e degli abissi, dei buchi dello spazio e delle viscere della Terra, della notte, della malinconia e della morte, ma è anche il colore del suolo, il fertile strato che ricopre la Terra su cui si sviluppa la vita.

Per lo sciamanesimo egizio, il nero evocava sia la morte che la vita, in quanto il limo nero delle inondazioni del Nilo portava anche fertilità.

Il nero è il caos primordiale, il centro polare e oscuro, il luogo dell’emersione.

Nell’opera alchemica il nero è la nigredo, uno stato di disorientamento, esaurimento, dubbio interiore, depressione, inerzia, confusione e separazione, ma soprattutto si riferisce allo stato di decomposizione (putrefactio), come scissione della materia nei suoi componenti essenziali.

È disgregazione, divisione, separazione, riduzione e distillazione. La materia organica muore e si decompone, rilasciando composti che a loro volta, generano nuova vita. Gli alchimisti la descrivevano
come il “nero più nero del nero”, pur riconoscendo nella nigredo non un motivo di sconforto, ma di gioia: essa esprimeva, infatti, l’unione con il potenziale sconfinato e travolgente della psiche, in cui poteva essere concepito l’embrione dorato del Sé, ovvero una metafora che indica il potenziale di crescita e perfezione interiore, come un embrione vitale (dorato) che rappresenta il pieno sviluppo dell’individuo (il Sé).

Esiste uno stretto legame tra oscurità e iniziazione. Nella foresta incantata, nella grotta dello sciamano, nell’acqua scura dello stagno e del pozzo, nel tempo dei sogni degli indigeni australiani, nel tempio di Asclepio ci si trova faccia a faccia con l’agonia e la delicata estasi della morte e della (ri)nascita.

Nella pratica sciamanica le cerimonie importanti si vivono di notte, per viaggiare con il suono del tamburo ci si benda gli occhi, quando pensiamo chiudiamo gli occhi, quando meditiamo e vogliamo contattare la parte più profonda di noi, lo facciamo ad occhi chiusi.

È nel buio che incontriamo noi stessi in una sorta di ricapitolazione dentro il grembo materno. Ma c’è un buio che spaventa, che ci blocca ed è l’assenza di luce, il non vedere con gli occhi ordinari.

Un giorno, in un ritiro notturno nel bosco, avevo paura del buio. Non c’era la luna, ma solo deboli stelle tra una nuvola e l’altra. Mi resi presto conto della mia vulnerabilità rispetto alla natura che mi circondava.

Sentivo il mio respiro e il cuore che mi rimbombava nelle orecchie. Sentivo il rumoroso silenzio di quella notte così lunga ed ero nella totale sensazione di non poter controllare nulla e capii che il buio spaventa perché nel buio si vedono le nostre più grandi vulnerabilità.

Quando come per magia le nuvole lasciarono il palcoscenico alle stelle, pensai alla loro doppia natura: si parla comunemente di buona e cattiva stella. Gli antichi scoprirono nella “ruota delle stelle” una mappa divinatoria, o zodiaco, basata sull’orbita del Sole, della Luna e dei pianeti in rapporto alle costellazioni di stelle fisse. Attraverso il calcolo della posizione dei corpi celesti al momento della nascita di ogni individuo, l’astrologia ha poi stabilito una relazione tra cielo esterno e ciclo interno. Quindi se il nostro destino è “scritto nelle stelle”, la sua visibilità è attraverso il buio. “Solo la notte cupa rivela ai miei occhi le stelle“, scriveva Walt Whitman, pertanto nei momenti bui della vita qual è la nostra stella polare?

Quella luce in grado di portarci fuori dalla notte che ciclicamente abbiamo dentro? Non credo ci sia una ricetta universale e magari ci fosse! Per alcuni quella stella polare è esterna a sé, come ad esempio gli affetti, la famiglia, i figli, gli amici. Per altri è una luce interna, un fuoco intimo, una spinta, una speranza, una consapevolezza che dopo la notte c’è sempre il giorno.

La pratica sciamanica insegna che esiste un Mondo Ordinario (che vediamo e viviamo con i nostri cinque sensi e che può essere paragonato al giorno) e un Mondo non Ordinario (non sperimentabile con i cinque sensi ordinari e che può essere paragonato alla notte).

Partendo da questo principio, penso che la nostra stella polare possa essere esterna a noi, nei periodi in cui il giorno domina la nostra vita, ma che sia interna, quando, per svariati motivi, la notte ci costringe a stare da soli nel bosco della vita.

La spiritualità new age si concentra più sulla rinascita che sul dolore che ha portato a quella rinascita, mentre quel dolore dovrebbe essere un maestro (che, per quanto scomodo lo ammetto) da ricordare e onorare, ma sfido chiunque a trovarsi in un momento buio della vita a dire “che bello sto imparando qualcosa” “che figata questo nero, tra un po’ rinasco”.

E allora, che fare?

Nel Canada e nella Siberia i futuri sciamani si sottopongono a un processo simile alla putrefactio, chiamato “smembramento”.

Essi, durante la trance sciamanica, subiscono un’opera di dilaniamento del proprio corpo da parte di animali dotati di artigli feroci e forti mandibole.
Tuttavia, dopo lo smembramento, i futuri sciamani ricevono parti del corpo straordinarie, occhi chiaroveggenti di cristallo e ossa che permettono di volare, ma non solo. Non esiste smembramento senza il cambiamento. Che sia piccolo o grande, quando qualcosa muore c’è sempre un cambiamento, che sia di forma, di pensiero, di vita.
Questa è la resistenza maggiore che si ha in questa importante pratica. Da alcuni sciamani, infatti la smembratura viene descritta come una vera e propria esperienza di morte, ma in cui ci si ricollega alla sorgente della vita.

L’antropologo Larry Peters racconta che dopo uno smembramento gli sciamani eschimesi traboccano di luce che conferisce loro abilità psichiche e guaritrici.

Sandra Ingerman, assimila lo smembramento ad una liberazione e descrive così tale esperienza:

ho guidato per molti anni viaggi di smembramento e ho scoperto che esso è presente nelle mitologie di tutte le principali religioni, indicando che l’individuo egoico deve morire perché possa nascere un nuovo sé”.

 Nel buddhismo tibetano è la dissoluzione dell’ego che libera dalle limitazioni della mente. Nella tradizione induista solo distruggendo l’attaccamento per la materia è possibile risorgere.

Sacrifichiamo l’identità, l’ego e tutte le nostre credenze al divino e in cambio riceviamo la liberazione da tutte le credenze e i concetti limitanti.

Lo smembramento cancella e dissolve tutti gli aspetti non salutari del nostro sé terreno aspetti che ci impediscono di ricordare il collegamento con la fonte da cui proveniamo.

L’esperienza dello smembramento ci ricorda che siamo più del nostro corpo e della nostra mente, possiamo aprirci alle forze universali che donano guarigione, conoscenza e guida.

Anche se sembra una esperienza spaventosa, le persone ritornano dal viaggio con un senso di pace e guarigione e con la sensazione che sia avvenuto qualcosa di realmente sacro.

Ricordatevi che gli spiriti aiutanti sono estremamente creativi nell’orchestrare il vostro smembramento. Mettetevi con fiducia nelle loro mani. La vostra ricostruzione può avvenire alla fine di un viaggio, ma gli spiriti potrebbero anche non ricostruirvi totalmente al vostro ritorno perché rimane altro lavoro da fare.

Voi tornerete indietro e riprenderete la vita normale, ma nelle dimensioni sottili gli spiriti possono continuare a lavorare su di voi. Ripetete di tanto in tanto il vostro viaggio e controllate i progressi. Ricordate che è una esperienza diversa per ciascuno di noi.

Mircea Eliade scrive che “l’esperienza estatica del corpo fatto a pezzi e del rinnovamento dei suoi organi è attestata presso gli Eschimesi. Essi parlano infatti di un animale che ferisce il candidato sciamano, lo fa a pezzi o lo divora; successivamente una carne nuova cresce intorno alle sue ossa. Talvolta l’animale che lo tortura diviene lo stesso spirito ausiliare del futuro sciamano

Lo sciamanesimo Nativo lo descrive così: “Le membra vengono staccate e separate mediante un uncino di ferro, le ossa vengono pulite, la carne viene raschiata, le sostanze liquide del corpo vengono gettate via e gli occhi strappati dalle orbite. Successivamente tutte le ossa vengono nuovamente messe insieme e legate con il ferro. Tale cerimonia dura dai tre ai sette giorni”.

In poche parole, la pratica dello smembramento che ogni praticante in sciamanesimo pratica e conosce, permette di allontanare quelle nuvole che coprono la stella polare durante i nostri momenti bui dell’anima, affinché non si anneghi nel dolore e nello sconforto, tenendo presente che come mi disse un giorno una persona molto saggia: “sciamanesimo non ci evita i problemi nella vita ma ci accompagna nel percorso”.

WMagazine si co-crea con chi lo legge

Se questo articolo ti ha toccata, se qualcosa ha risuonato — o anche se ti ha disturbata, interrogata, messa in movimento — scrivimi.
Raccontami cosa hai sentito leggendo. Quali domande ti sono emerse. Dove ti sei riconosciuta.
Non cerco consenso, cerco dialogo. Educato, aperto, vivo.

Altri articoli

Terre di Mezzo
Roberta Bailo
Quando sei nella terra di mezzo non lo sai di esserlo.Non sai che dall’altra parte c’è un’altra terra.Puoi solo sperarlo e affidarti.A chi, o a che cosa, è una delle...
Quando l'amore si dissolve tra mille bugie
Paola Erriquez
Ci sono momenti in cui tutto sembra sgretolarsi senza preavviso. Un amore, un tempo solido come un vaso di cristallo, si frantuma in mille pezzi invisibili, lasciando dietro di sé...
Limen: vertigine e sospensione
Concetta Negri
Ho camminato per anni sul bordo.Un piede ancora nel conosciuto, l’altro già oltre.La vertigine era naturale, la sospensione inevitabile.Il vuoto mi guardava, io lo guardavo.E ogni passo era insieme paura...