Numero Due: Black

Fusa sul cornicione

Fusa sul cornicione

È tarda notte, e lei non è ancora tornata. Mi affaccio alla finestra aperta, il vento freddo che sfiora il viso come un presagio. Il vecchio orologio da polso della mia cara nonna, ticchetta impaziente, mentre l’aria fuori porta odore di pioggia e terra bagnata. Chiamo piano il suo nome nel buio – niente. Il cuore batte forte: dove sei Daenerys, piccola ombra nera? Sui tetti pericolosi, sui cornicioni alti, dove un passo falso è l’abisso?

Lassù, sotto la zanna bianca di una pallida luna, lei cammina: manto nero lucido come ossidiana, assorbe la luce e la restituisce in bagliori misteriosi; passi felpati su tegole scivolose e coda ritta in equilibrio perfetto. Elegante, ipnotica: occhi gialli che brillano come lanterne nel nero profondo.

Si ferma sul bordo stretto del cornicione, invisibile contro il cielo notturno – si fonde col buio per proteggersi, diventa una con l’ombra.

Poi, un miagolio delicato, un salto grazioso verso la finestra. Eccoti, a casa, al sicuro, strofinandoti sulle gambe, fai fusa profonde. Tenerezza nel nero: presenza densa che accoglie, senza chiudersi.

Ma quella notte, mentre osservavo i suoi occhi magnetici, improvvisamente arrivò come una freccia fra le scapole anche il nitido ricordo di un altro cornicione: più alto, più… mio.

Solo un brutto sogno. Niente di più. Ma in quello spazio onirico, ero io e non Daenerys a camminare sul cornicione, un piede dopo l’altro, sul cemento umido e largo appena una mano. Ad un passo dal cadere, ad un passo dal volare.

Scendo e mi ritrovo in un bosco antico, abitato da imponenti castagni e dove la notte ammanta ogni cosa. L’aria è fresca, profumata di resina e terra bagnata. Mi inginocchio, affondo le dita nell’humus nero, denso, ricco – suolo fertile nato da foglie perite, vite decomposte, dolori trasformati. È freddo al tatto, umido, appiccicoso: assorbe il calore delle mani, contiene semi dormienti, radici invisibili.

Non è assenza, questo nero: è sintesi massima, concentrazione di tutto ciò che un tempo è stato. Trasforma ciò che è morto in nutrimento, il dolore in forza quieta.

C’è un intenso odore di funghi e pioggia vecchia, un vociare di foglie che frusciano piano nel vento, un quadro immenso ai piedi di un acero: nero su nero, texture ruvida dove la luce emerge piano, riflette, vibra. Come le tele di Soulages, l’outrenoir – oltre il nero, dove l’oscurità diventa luminosa, accoglie e potenzia ogni bagliore. Il nero non rifiuta, assorbe ciò che gli appartiene: i colori, le esperienze, e li rende più intensi.

Tocco quella superficie con la mente e sento che potrebbe accogliere anche i miei vissuti, le aspettative disilluse, la fiducia mal riposta, una lealtà non corrisposta, un troppo donato che non è mai tornato indietro, senza indurire il cuore.

Alzo gli occhi dal suolo nero e il dipinto si apre, è una porta, una soglia da varcare.

Davanti a me, una radura che conosco bene: ci ritorno sempre, nei sogni e nelle veglie difficili. È il mio luogo-rifugio, crocevia di archetipi ed esperienze, ancora silenziosa nel caos della vita. Il nero del cielo è totale qui, profondo e caldo, come il velluto; una volta infinita che assorbe ogni luce lontana per far brillare le stelle più intensamente. Puntini di fuoco freddo che tremano, come promesse. Al centro, un piccolo falò crepita familiare: odore di resina e legna umida che arde, scintille che salgono danzando verso l’alto, calore che mi accarezza il viso e le mani tese.

Il nero intorno non è vuoto: è presenza piena, protezione avvolgente che sa custodire senza chiudersi. Contiene il bosco, le stelle, un respiro affannoso che anela pace. Potenzia ogni fiamma, ogni bagliore – come se assorbisse il dolore del cornicione e lo trasformasse in calore quieto. Mi siedo sul tronco ricoperto di muschio, sento la tenerezza di questo nero maturo: forza adulta che non indurisce il cuore, che lascia spazio al fuoco senza soffocarlo. Tendo le mani verso il falò. Il calore penetra piano la pelle, scioglie il freddo del cornicione ancora attaccato alle ossa.

Non sono ancora dall’altra parte: il vissuto è lì, nero pesante che assorbe, ma qui, in questa radura familiare, sento che potrebbe essere altro, oltre. Diventare humus, cielo stellato, presenza piena che protegge senza pietrificare, che contiene molteplicità senza chiudersi.

Il nero non è assenza. È sintesi, adultità tenera, forza che accoglie il dolore e lo potenzia in qualcosa di vivo.

E tu? Sul tuo cornicione, con il vento che ti spinge, verso quale passo andrai? Verso l’abisso che inghiotte, o verso la radura che attende, nera e accogliente?

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