Vieni, siedi qui con me e riposa, sotto le fronde di questa antica quercia. Lascia che ti narri una storia, che parla di fuoco, di morte e di ciò che giace in attesa sotto le ceneri, quando tutto sembra perduto.
Si rincorrono sussurri nella radura, di fiamme che frustano un cielo nero senza luna e lingue di fuoco che danzano selvagge; di un falò che ruggisce poco distante.
Riesci a sentire il lamento del legno che brucia, ma non vuole?
C’è un odore acre nell’aria, che pizzica la gola e si aggrappa alla pelle; ha un sapore amaro, come le lacrime, e sa di perdita.
Questa non è la storia della morte di un corpo, di carne viva che arde, ma di qualcos’altro: sono pezzi di un’anima che bruciano, parti di noi che si consumano senza permesso.
C’era una donna, un tempo, che è stata divorata da quel fuoco.
Lo portava dentro, senza sapere di averlo sempre custodito. Sentiva solo parti di sé – vive, senza nome – ardere senza posa; tizzoni che si accendevano di un rosso pulsante e che troppo lentamente a volte si piegavano in cenere.
C’erano giorni in cui il sapore del fumo le riempiva la bocca e un bruciore sordo le stringeva il petto: un rigurgito di ciò che non voleva lasciare andare.
Le sue mani tremavano, cercando di trattenere ciò che doveva essere dissolto. Ma il fuoco e la morte, non conoscono ragione.
Era un lutto silenzioso, inespresso, un crepitio che strattonava sottovoce lo spirito.
“Chi sono,ora?” si chiedeva, con la voce interrotta da un singulto. “Chi è che questa estranea, che cammina tra le ceneri di ciò che era un tempo, con la pelle bruciacchiata, ancora calda e un cuore che non conosce pace?”.
Il suo smarrimento era profondo, nero, afono, e denso come l’abisso. Non c’era luce, né ombra; solo il vuoto che quelle parti di sé, arse e morte, avevano inesorabilmente lasciato. Un giorno era lungo e doloroso come una vita terrena, un errare tra ceneri che cadevano come neve.
Le sembrava di aver vagato e sofferto troppo a lungo, fuori perfino del pensiero e del tempo, finché un canto lontano, un nuovo inno, prometteva una nuova alba.
E poi, l’ho vista danzare attraverso il fuoco. Era al centro di un falò che si dimenava, sinuoso. Le fiamme rosse come lava, le scintille che si libravano tutt’intorno come uno sciame di lucciole incandescenti. Il legno, scoppiettando, emanava profumo di resina calda e scandiva un ritmo sacro che parlava di resistenza e resa.
Le ceneri vorticavano intorno a lei, in una spirale che saliva verso il cielo, verso un mistero senza nome. Non si arrendeva al fuoco: lo abitava. Ogni passo era un’iniziazione, ogni respiro un’offerta. Le parti di lei che bruciavano non erano perdite, ma sacrifici per una donna nuova, sconosciuta anche a se stessa.
Quando le fiamme si sono abbassate, è emersa – non rinata, ma creata di nuovo, con un canto segreto nel cuore, un salmo che solo chi ha attraversato il rogo può udire.
Guarda, ora, il falò che si spegne nella nostra radura. Le ceneri sono ancora calde, profumano di fumo e promessa.
A te, donna che hai conosciuto il fuoco, dico: non temere il vuoto che lasciano. È uno spazio sacro, un grembo dove nuove storie prendono forma.
Danza con le tue ceneri, cammina lenta, come si fa con le cose che contano. Ascolta il canto delle scintille, il lamento del legno che si spezza: è la tua voce, che si prepara a parlare.
E io, che ti guardo da sotto questa quercia, so che il fuoco e la morte non sono la fine, ma l’inizio.