Sandor Marai ha scritto: “I dettagli hanno grande importanza. In un certo senso fungono da adesivo, fissano la materia essenziale dei ricordi.”
Ho sempre pensato che la nostra memoria funzionasse come un mosaico multicolore: ci sono le tessere grandi – i ricordi importanti, fondanti, quelli che colorano l’intero disegno della nostra esistenza; e poi ci sono quelle più piccole, quasi impercettibili all’occhio, ma che in realtà danno respiro, e vita, allo spazio tra una tessera e l’altra.
Sono le sfumature che rendono ogni storia unica, personale, irripetibile. Sono i dettagli.
Io me li immagino fatti come il pulviscolo che aleggia nell’aria nei pomeriggi assolati, quando la luce entra da una finestra semiaperta.
Ho cambiato tante case nella mia vita e ho sempre avuto cura di portare con me quel pulviscolo e di lasciare le finestre sempre bene aperte, per farne entrare ancora.
Il pulviscolo antico e quello presente, mescolandosi, hanno sempre dato forma alla mia vita e alla mia casa.
Eppure, succede che quando la vita ci mette di fronte a una perdita, un cambiamento profondo, o una crisi che spezza gli schemi conosciuti, il dolore ci attraversa così intensamente che la tentazione è quella di chiudere tutto in fretta.
Di serrare tutte le finestre per non permettere a nulla di entrare, neanche il pulviscolo.
Di allontanarlo, pensando che sia solo una coda di malinconia, o peggio, qualcosa che ci impedisce di andare avanti, di rinascere.
Ci viene insegnato a essere efficienti nel dolore: disfarsene in fretta, voltare pagina, lasciarsi tutto alle spalle come se quel carico fosse solo zavorra, rispondere con ritmo vivace alla domanda: “Come stai?” “Tutto bene”.
È quello che mi è successo nell’ultimo trasloco: questa volta quel pulviscolo faceva troppo male. Mi soffocava.
Faceva male alla mia ferita, troppo profonda e strappata questa volta. Come quando al mare ti ferisci su uno scoglio e l’acqua salata sembra che laceri ancora di più la tua pelle.
E quindi, ho deciso, che questa volta il mio pulviscolo lo avrei chiuso: in sei cartoni ermeticamente sigillati.
Li ho chiusi con cura, non ho avuto bisogno di etichettarli, sapevo perfettamente cosa contenessero: piccoli dettagli di vita quotidiana, lavoretti dei bambini, giocattoli rotti in attesa di essere riparati, piccoli oggetti in attesa di trovare il loro posto. Tutto quello in cui avevo creduto, la favola che mi ero creata: era tutto li.
Sei cartoni colmi, non solo di ricordi, ma anche di una sostanza invisibile e vischiosa: il fallimento, il dolore per aver perduto la mia favola, la rassegnazione che nulla di quello che era stato sarebbe tornato, la paura che, se fosse tornato, avrei potuto perderlo di nuovo.
Ho trovato loro un posto nella mia nuova casa e li ho lasciati li, chiusi: sei custodi silenziosi del mio dolore.
Ho interrotto la consuetudine dell’efficienza emotiva – quella voce che sussurrava “metti in ordine, sistema, risolvi, sorridi”: ho scelto, invece, di lasciare quei sei cartoni a prendere polvere.
Una polvere nuova, in una casa nuova, che, quindi, si mescolava a quella vecchia.
Ogni tanto facevo loro visita, li toccavo, li osservavo: controllavo che non si rovinassero, che il contenuto fosse ancora al sicuro: la ferita stava guarendo, pian piano, ma al contatto con quei cartoni pulsava ancora.
E allora rimanevo li. Ferma, in silenzio, in piedi di fronte a loro. Dopo un po’ mi giravo e me ne andavo, fino alla visita successiva.
Li ho aperti due anni dopo aver traslocato, quando ho sentito che la ferita si era cicatrizzata.
Ci ho trovato tutto quello che mi aspettavo: ricordi belli, dettagli tristi, malinconia, rassegnazione opaca, fallimento e dolore e lacrime e un ricordo ancora vivo della ferita lacerata.
Ma, il tempo che mi ero regalata, ha fatto sì che io potessi trovare sotto quella polvere vecchia anche altro: la gioia, la fiducia ma, soprattutto, la sorpresa.
Il contenuto faceva ancora male ma, nel momento in cui lo ho toccato e annusato ho capito che la mia nuova casa lo reclamava: reclamava quel pulviscolo di vita.
Quella polvere, in cui avevo temuto di annegare, risucchiata come da sabbie mobili, era, invece, l’humus che rendeva possibile una nuova fioritura.
Lì, davanti a quei cartoni, ho capito che il tempo passato si stava curvando, portando bellezza in quello presente, in un movimento perpetuo e non fisso.
Non dovevo più separare il nuovo dal vecchio, ma lasciarli dialogare: solo in quel momento ogni stanza, ogni gesto ha ritrovato la propria energia piena nell’accettazione.