Numero uno: La Morte

La morte cammina con te

La morte cammina con te

C’è una verità che tutti conosciamo e che quasi nessuno vuole guardare: tutto ciò che nasce è destinato a morire. Non lo dico per togliere poesia alla vita, ma per restituirgliela. È il limite che rende sacro quello che facciamo.

Se avessimo un tempo infinito, rimanderemmo ogni scelta, ogni parola d’amore, ogni trasformazione.

È proprio perché sappiamo che da qualche parte nel corpo, nelle ossa, nella memoria antica, esiste una fine, che alcune cose diventano urgenti e luminose. La morte non è contro la vita: è ciò che la incide, la mette a fuoco e la rende vera.

Le piccole morti quotidiane

Spesso pensiamo alla morte solo come all’ultimo respiro. Eppure quante piccole morti quotidiane avvengono in noi senza che ce ne accorgiamo?

Ogni volta che smetti di essere chi gli altri vogliono che tu sia, una parte muore.

Ogni volta che dici basta a una relazione che ti rimpicciolisce, muore un’immagine di te.

Ogni volta che lasci andare un ruolo, un’identità, un’etichetta che non ti rappresenta più, attraversi un micro-lutto.

Le tradizioni sciamaniche lo raccontano da sempre: l’iniziato deve morire simbolicamente per rinascere a una visione più ampia. Non puoi portare nel nuovo mondo il vecchio ego, e neppure entrare nella stanza successiva della tua anima con tutte le valigie del passato.

Qualcosa va lasciato indietro. E questo qualcosa è l’illusione di onnipotenza, l’idea infantile di poter controllare tutto, anche il tempo. Quando questa la maschera di questa illusione cade, fa male. Ma è un dolore pulito, necessario, che apre nuove fertili possibilità. È il lutto per ciò che non sei più, e andrà celebrato e onorato, col tempo che serve.

Il mio Maestro Castaneda ha scritto che chi fugge dalla morte vive in superficie. Si aggrappa, nega, fa finta che il corpo sia eterno e che le relazioni non finiscano mai. Ma la negazione non protegge. Al contrario, rende più spaventosa la soglia.

La paura dell’ignoto cresce quando non lo attraversi mai. Quando invece impari a morire un po’ per volta, a salutare il giorno passato e a essere grato per quello che arriva, la Grande Signora Morte non ti sembra più un mostro, ma una compagna di viaggio che è sempre al tuo fianco.

Memento mori: ricordati che hai un tempo

Ricordarsi della morte non è morbosità, è lucidità. È dire a se stessi: ho un tempo per amare, per creare, per trasmettere. Ho un tempo per lasciare un’eredità che non sia soltanto un conto in banca o una casa, ma una traccia di coscienza. Come voglio utilizzarlo?

Chi vive così smette di perdere ore in guerre piccole, in drammi che non portano da nessuna parte, in relazioni senza anima. Diventa più netto, più essenziale. E così la morte, vista da questa prospettiva, è una Maestra severa ma giusta: ti chiede continuamente cosa è davvero tuo e cosa invece è solo abitudine, paura, ruolo.

Accettare la morte significa accettare il limite. Non possiamo tutto, non possiamo sempre, non possiamo per sempre. L’ego protesta, vuole essere invincibile. Ma la vera potenza spirituale nasce proprio dall’accettazione del limite.

È lì che ti apri all’invisibile.

È lì che smetti di credere di essere il centro dell’universo e ricominci a sentirti parte di un ordine più grande. Quando lo fai, la morte non è più contro di te: è il movimento che ti porta da una forma all’altra.

Rinascita non è una parola romantica. È il risultato di una morte ben vissuta. Se non lasci andare ciò che è finito, la nuova forma non arriva. Resti sospeso, in un limbo fatto di ricordi e rimpianti.

Ma quando lasci davvero, quando depone le armi quella parte di te che voleva durare per sempre, allora si apre uno spazio. Lì entra il nuovo. Lì puoi dire: Adesso vivo pienamente! Non perché durerò per sempre, ma proprio perché non durerò.

E questo, paradossalmente, è ciò che rende la vita così potente e così degna di essere onorata.

La Morte è la nostra costante compagna. Sta sempre alla nostra sinistra, non più lontana della lunghezza di un braccio, ed è l’unico consigliere saggio di un guerriero. Ogni qualvolta sente che tutto va male, e che sta per essere annientato, il guerriero può rivolgersi alla Morte e chiederle se è davvero così. La Morte gli risponderà che si sbaglia, e che al di fuori del suo tocco nulla ha importanza. Gli dirà: “Non ti ho ancora toccato” (Carlos Castaneda)

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