Succede molto prima di quanto immaginiamo.
A me è successo a quattro anni, la notte di Natale. Ero a letto e Babbo Natale stava giocando con il mio trenino elettrico. Ancora non sapevo che il trenino sarebbe stato il regalo del mattino dopo e, soprattutto, ancora non sapevo che Babbo Natale avesse la voce dei miei fratelli.
Sentivo quel piccolo suono meccanico delle ruote sui binari, le voci tenute basse, qualche risata. Ero lì, nel mio letto, ad ascoltare e cercare di capire. Poi riconobbi le voci. Luciano, il più grande, a un certo punto richiamò gli altri all’ordine. «Fate piano, altrimenti ci scopre.»
Francesco ribatté subito: «Cosa vuoi che capisca, è ancora piccola.»
Avevo quattro anni. E avevo capito che qualcosa non era come lo avevo sempre immaginato. Avevo capito che Babbo Natale era strano quella notte e somigliava parecchio ai miei familiari.
Ma c’era anche un’altra lezione che stavo per imparare, forse più importante e destinata a durare molto più a lungo della storia di Babbo Natale: loro pensavano che io fossi troppo piccola per comprendere ciò che stava accadendo. Io, invece, ero lì. Apparentemente fuori da tutto quel contesto, ma in realtà dentro a ogni cosa.
Alcuni dei nostri esili cominciano in momenti così piccoli che, mentre accadono, nessuno se ne accorge. Nemmeno noi. Una frase, uno sguardo, qualcuno che decide quanto puoi capire, quanto puoi sentire e quale spazio puoi occupare. E tu senti quella distanza che si sta formando, sottile come una crepa nel vetro.
Altre volte succede a scuola, in mezzo a un gruppo di compagni. Ridono, si spingono. E tu impari senza che nessuno te lo insegni dove puoi stare e dove invece sei di troppo.
Oppure arriva più tardi, in una relazione o al lavoro. Arriva, eccome se arriva, il momento in cui senti che, se vuoi rimanere, devi farti piccolo, da parte. Devi occupare quanto meno spazio possibile.
C’è un momento preciso in cui percepisci che per rimanere qualcosa di te deve rimanere fuori, nell’estraneità. Allora nascondi una parola, un desiderio, una parte del carattere che agli altri non piace. «Adattati o non ci sarà mai posto per te. Verrai escluso. Non vedi che il tuo sogno mette in agitazione chi ti vuole bene?»
Come se il tuo espanderti fosse una minaccia all’equilibrio altrui.
Così impari. Gli esseri umani sono bravissimi a imparare quando in gioco c’è l’appartenenza. Impari quale versione di te riceve approvazione e quale genera silenzi improvvisi. Impari a leggere gli occhi degli altri un istante prima che parlino, come se avessi sviluppato un linguaggio segreto fatto di micro-espressioni e pause.
Impari quando avanzare e quando rimpicciolirti, se occupare spazio o se far finta di non averne bisogno. Va bene così. Mi basta così. E un giorno diventi talmente abile che tutto questo smette di sembrarti una scelta che hai fatto e diventa semplicemente il tuo modo di stare al mondo.
L’esilio comincia così. Senza frontiere, senza qualcuno che ti accompagni alla porta a dirti che da domani quella casa non sarà più tua. Te ne vai, restando esattamente dove sei.
E questa è la parte che mi affascina e mi inquieta di più.
Possiamo trascorrere anni fermi nello stesso luogo e avere perfino una vita che dall’esterno sembra appartenerci completamente, mentre dentro, nella nostra profondità, c’è un costante movimento. Cerchiamo qualcosa, qualunque cosa andrà bene. Una persona con cui sentirci finalmente a casa, un lavoro, una città in cui ricominciare, un gruppo, un percorso spirituale che ci restituisca un senso.
Cerchiamo casa dappertutto.
E ogni ricerca porta con sé una promessa, quasi infantile nella sua tenacia: «Quando arriverò là, finalmente mi sentirò al mio posto.»
Là. Una delle parole più pericolose che conosca. Perché “là” non è mai stabile, mai definito e definitivo. Si sposta con una precisione che rasenta la crudeltà.
Raggiungi un obiettivo e lei arretra di qualche metro, come se ti stesse aspettando più in là ancora. Incontri qualcuno e per un po’ pensi di essere arrivato: finalmente a casa e per sempre! Bugia, una grande enorme bugia. Allora cambi lavoro, casa, città, amicizie. A volte cambi persino il modo in cui racconti chi sei, come se riscrivere la narrazione potesse finalmente fermare la ricerca.
E “là” continua ad aspettarti più avanti.
Quo vadis? Dove vai? La domanda attraversa i secoli e arriva fino a noi. Dove stai andando? Me lo sono chiesta molte volte nella vita, ma con gli anni la domanda ha cambiato forma, come fanno le cose che smettono di essere solo teoria e diventano vita vera.
Oggi mi interessa sapere chi sta andando, chi è quella persona che prende decisioni, sceglie relazioni, costruisce progetti, cerca approvazione, desidera essere amata. Che vuole sentirsi parte di qualcosa!
Quanto di lei è rimasto vicino a ciò che sente e quanto invece ha imparato a essere ciò che le serviva per avere un posto nel mondo? Perché esiste una forma di esilio che non ha geografia né confini visibili, ma si insinua dispettosamente nelle scelte quotidiane. Comincia ogni volta che barattiamo un pezzo della nostra verità per la promessa, anche solo implicita, di appartenere. A qualcosa. A qualcuno.
E sarebbe troppo semplice giudicarci per questo.
Appartenere è antico. Prima dei libri, delle teorie, dei percorsi di crescita personale e delle parole con cui oggi raccontiamo noi stessi. Appartenere significava sopravvivere. Il branco era protezione. Il villaggio era vitale. Essere cacciati poteva significare morire davvero.
Quel ricordo vive ancora da qualche parte dentro di noi, come una memoria biologica che continua a influenzarci. Per questo talvolta paghiamo prezzi alti, altissimi, pur di restare dentro a ruoli che sono cunicoli, stretti e bui, ma che continuiamo a percorrere per abitudine.
Per paura di essere cacciati. Di morire.
Le immagini che non ci somigliano più continuano a scorrere nella mente, e noi con loro, in quelle aspettative familiari che sono la nostra eredità, insieme al colore degli occhi e a certi schemi che ancora si ripropongono. E continuiamo a chiamare tutto questo “io”.
Finché accade qualcosa che sposta l’asse dell’attenzione. E adesso? Le grandi svolte della vita sono proprio maleducate. Entrano senza chiedere il permesso. E adesso? Quella domanda comincia a seguirti ovunque andrai. E adesso?
Così il ramingo smette di essere soltanto colui che ha perduto la strada e si trasforma in chi ha finalmente cominciato a cercarla davvero.
C’è una differenza enorme. È qui che, per me, il viaggio diventa spirituale.
La spiritualità che conosco vive molto più vicino alla Terra che al Cielo. Entra nella vita quotidiana, nelle relazioni, nelle scelte, nel modo in cui attraversiamo le nostre giornate.
Chiede di guardarci mentre viviamo e di riconoscere quante volte stiamo scegliendo davvero e quante altre stiamo soltanto replicando uno schema che andrebbe archiviato.
È allora che tornare a casa assume un significato diverso.
Casa smette di essere il luogo in cui finalmente tutto sarà giusto, ordinato, risolto e diventa lo spazio allargato nel quale possiamo incontrare ciò che arriva. Siamo al centro, presenti a noi stessi, senza doverci ogni volta abbandonare per essere accettati.
Crescere diventa andare a riprendere, uno dopo l’altro, i pezzi che abbiamo lasciato fuori da quello spazio, quella parte selvatica che aveva imparato a stare composta per non disturbare. Persino le paure vengono accolte, perché anche loro appartengono alla nostra storia e chiedono di essere ascoltate per poter cambiare forma.
Torni a te, così. Cominci a riconoscerti.
Magari la tua vita, vista da fuori, è quasi identica a ieri. Stessa casa, stesso bar, come dice una canzone. Eppure, se guardi con attenzione, qualcosa è cambiato, in modo quasi impercettibile.
Sei tornato. E da quel momento puoi anche partire. Puoi lasciare una città, attraversare un confine, cambiare strada, innamorarti, perdere, ricominciare, sbagliare direzione e scegliere ancora.
Il ramingo continua a camminare. Solo che adesso porta casa con sé.
E penso a quella bambina di quattro anni, nel letto, la notte di Natale. Dall’altra stanza arrivava il rumore di un trenino che girava sui binari. Qualcuno aveva già preparato il percorso e il trenino lo seguiva, giro dopo giro.
Sono passati molti anni da quella notte. Oggi quel ricordo racconta una storia diversa.
Magari il vero quo vadis? comincia proprio quando ci accorgiamo dei binari sui quali stiamo continuando a girare e scopriamo che esiste anche una strada.
Dove stai andando? Ovunque tu scelga.
Ma la domanda che viene prima sarà quella capace di cambiare l’intero viaggio: da quale parte di te stai ancora scappando?