Quando sento qualcuno vantarsi di essere “sensibile” o “empatico”, mi chiedo sempre cosa ci sia di così bello da vantarsene. Diciamo la verità, la persona empatica fa una vitaccia!!!! Se entra in un centro commerciale per comprarsi un paio di scarpe, viene travolto dalle mille emozioni delle persone intorno a lui e alla fine esce con un set di pentole (di cui nemmeno ne aveva bisogno). Se accompagna un’amica a fare una tac alla schiena, il tecnico radiologo non saprà chi dei due è il vero paziente, dato che l’empatico avrà la schiena a pezzi e zoppicherà pure. Se un amico lo chiama dicendogli di avere contratto la scabbia e di essersi grattato tutta la notte, l’empatico inizia a grattarsi ovunque anche se si trova a chilometri di distanza… dite la verità… vi state grattando anche voi che state solo leggendo, vero? Quando ho accompagnato mia nipote al corso preparto ho avuto le doglie per due giorni.
Ma la vitaccia dell’empatico non è solo sentire cosa sente l’altro, perché, come se non bastasse, è anche una succulenta preda dei vampiri energetici, ovvero di coloro che si nutrono dell’energia altrui e della forza vitale dei suoi simili, attaccandosi al campo aurico o sottraendo energia mentale.
L’empatico non ha un collo normale, ma ha un collo con una scritta luminosa, fluorescente e pure a intermittenza, peggio delle luminarie natalizie, dove c’è scritto “open”.
Tra i morsi più frequenti c’è quello dell’amica o amico che ama raccontare i propri problemi (sempre gli stessi) senza però volere un consiglio o cercare una soluzione. E così l’empatico alla fine dell’incontro, non solo è energeticamente esangue, ma sente su di sé pure i problemi coniugali o con i figli che ha appena ascoltato, anche se non è sposato e non ha figli, ma ha un gatto e tornando a casa finisce col chiedersi se lo sta educando bene.
L’empatico per sopravvivere senza troppre crisi di ansia o panico, cerca di evitare giornali, telegiornali, talk show politici e di godersi una semplice cena con amici o parenti… che hanno visto tutti i talk show e scaricano sull’empatico tutte le loro paure. E non serve a nulla chiedere di cambiare argomento (a questo punto gli andrebbe bene anche parlare di calcio, senza capirci nulla), perché l’empatico sa ascoltare, e le persone lo sanno, quindi che fare? Nulla che un buon bicchiere di vino (anche due) possa risolvere.
L’empatico sa amare, sa abbracciare, avvolge con ciò di cui si ha più bisogno, perché lui lo sa, ti sente, lo sente. Ti senti solo? l’empatico lo sente e per colmare il senso di solitudine che gli arriva di rimbalzo, si trasforma in un essere a metà tra una cozza e un koala e non ti lascia fino a che non stai meglio.
Atticus Finch, nel Il buio oltre la siepe scrive: “Non riuscirai mai a capire una persona se non vedi la realtà dal suo punto di vista… se non ti metti nei suoi panni o se continui a starle lontano”. L’empatico lo fa fin troppo bene e in questo sapersi mettere nei panni dell’altro rischia di perdersi. E allora come evitare sta vitaccia? Un suggerimento lo da Carl Rogers1 che a mio avviso ha descritto meravigliosamente che cosa sia un’empatia ben fondata e salutare.
L’empatia significa entrare nel mondo percettivo di un altro e trovarcisi a proprio agio. Comporta essere sensibili, momento per momento, ai cambiamenti significativi che si verificano nell’altra persona: paura, rabbia, tenerezza, confusione o qualunque altra cosa essa stia sperimentando. Significa vivere temporaneamente nella vita altrui, muovendoci delicatamente senza dare giudizi; significa percepire i propositi di cui l’altro è poco consapevole, ma senza cercare di scoprire completamente i suoi sentimenti inconsci, poiché questo atteggiamento potrebbe sembrare minaccioso. Vuol dire saper comunicare le nostre osservazioni sul suo mondo nel momento in cui guardiamo con occhi freschi e coraggiosi gli elementi di cui l’altro ha paura. Stare con un altro in questo modo significa che, in quel momento, mettiamo da parte le nostre idee e i nostri valori, ed entriamo nel mondo altrui senza pregiudizi. In un certo senso, significa che dobbiamo mettere da parte noi stessi; e questo può farlo soltanto una persona abbastanza sicura di sé da sapere che non si perderà negli eventi strani o bizzarri che emergeranno nel mondo altrui, e che, quando lo vorrà, saprà ritornare agevolmente nel proprio mondo. Inoltre, la compassione si differenzia dall’empatia per una forte motivazione a ridurre le sofferenze e a promuovere il benessere altrui. Senza la presenza della compassione, non possiamo essere aperti al dolore. La compassione è una specie di guida interiore, che ci aiuta a rispondere in modo adeguato a quella sofferenza.
Questa osservazione la coglie molto bene anche Frank Ostaseski2, nel libro “I cinque inviti”, scrive.
L’empatia è la capacità di sentire come l’altra persona. Ovviamente occorre portare attenzione a modulare l’iniziale reazione empatica, per non confondere noi stessi con gli altri. Questa precauzione è particolarmente importante per coloro che sono esposti continuamente alla sofferenza, come gli infermieri, gli insegnanti, i consulenti, i terapeuti o chi ha in carico un proprio caro in punto di morte, altrimenti, la preoccupazione empatica può facilmente trasformarsi in un eccessivo sovraccarico, che ha un impatto negativo sulla salute e sul benessere, portando alla spossatezza, all’isolamento, all’esaurimento e perfino a comportamenti egocentrici, come per esempio utilizzare gli altri per alleviare un disagio empatico personale.
Ecco quindi che se l’empatia si trasforma in compassione, ne escono tutti vincenti e l’empatico può riuscire a vivere senza collezionare set di pentole e godersi una cena con gli amici senza rischiare la patente per stato di ebrezza.
- Carl Ransom Rogers (Oak Park, 8 gennaio 1902 – La Jolla, 4 febbraio 1987) è stato uno psicologo statunitense, fondatore della "psicoterapia centrata sulla persona", inizialmente definita terapia non direttiva, e noto per gli studi sul counseling e la psicoterapia all'interno della corrente umanistica della psicologia.
- Ostaseski è un ex insegnante spirituale che nel 1987, ha co-fondato lo Zen Hospice Project , il primo hospice buddista negli Stati Uniti, e ha creato il Metta Institute per formare professionisti nella fornitura di cure di fine vita consapevoli e compassionevoli